Matteo B Blog

Il quaderno dei pensierini di Matteo B. Bianchi
mercoledì, 31 agosto 2005

GEOGRAFIA MEDITERRANEA

Un dialogo appena captato sotto casa. Una giovane coppia con una piantina di Milano in mano sta cercando un indirizzo.

Lei: - Ecco, dovrebbe essere qui, via Spartaco…

Lui: - Via che???

Lei: - Ma dai, Spartaco, come la città della Grecia, ignorante!

E’ l’ “ignorante” che ho adorato.

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lunedì, 29 agosto 2005

 

SORRIDE IL TELEFONO

L’altra sera il canale satellitare RAI Sat Cinema World, dedicato al cinema internazionale d’autore, ha trasmesso il film italiano degli anni ’70 “Piange il telefono”, con Domenico Modugno, ovviamente ispirato all’omonima canzone di successo. Piacevolmente meravigliato dai criteri di selezione dei programmisti di RAI Sat, me lo sono visto. Un polpettone sentimentale interminabile che sfiora le due ore (ma sembrano sei). Il film racconta l’appassionante (si fa per dire) storia d’amore tra un pilota dell’Alitalia e una modella francese. Il cast prestigioso comprende, oltre a Modugno nel ruolo principale, anche Claudio Lippi, in quello di copilota, e la piccola Francesca Guadagno, la bambina già presente nella canzone. Una scena verso la metà della pellicola mi ha molto colpito: la modella si trova a Parigi per lavoro e una sera si reca in discoteca con un suo amico, vistosamente effeminato. Vedendola assente e sovrappensiero, l’amico le chiede: - Cosa c’è? Stai pensando al tuo uomo? -. Lei sospira e ammette: - Sì -. Al che lui aggiunge: - Anch’io al mio -. Che modernità! Che politically correct, per quell’epoca! Anvedi ‘sto Modugno…

(Sarà per questo che RAI Sat ha scelto di riproporlo tra un Manuel De Oliveira e un Ken Loach?)

PS: Il film mi ha anche ricordato che il mio amico Marco M. da piccolo era andato a vedere uno spettacolo dove era presente Francesca Guadagno e si era fatto fare l’autografo. Certa gente ha tutte le fortune…

 

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giovedì, 25 agosto 2005

FESTIVAL! LA SENTI QUESTA MUSICA…

(DISPACCIO ESTIVO N. 3)

E finalmente, come promesso, ecco il mio resoconto su Benicassim.

Per cominciare, confesso che è stata la prima volta che partecipavo a un festival musicale, perlomeno nella sua interezza. Finora mi ero accontentato di toccate e fughe per assistere a singole serate. Un festival vissuto dall’inizio alla fine però è decisamente un’altra cosa. Si entra in un ritmo diverso (nel quale, tanto per dire, la notte e il giorno sono ribaltati) e ci si ritrova a vivere praticamente in un microcosmo fatto solo di musica, panini e gente sdraiata per terra. A migliaia. Il clima è euforico, conoscere persone è semplicissimo, così come perdersi e ritrovarsi ore dopo, pur essendosi allontanati di soli 100 metri.

Il programma musicale di quest’anno non era esattamente in linea coi miei gusti. Molto rock (Oasis, Nick Cave, Lemonheads, Wedding Present…). L’anno scorso era quasi tutto elettronico (Kraftwerk, Pet Shop Boys, Zoot Woman, Goldfrapp, Chemical brothers, Postal Service…: in pratica i dischi che ho in casa). Ma inutile piangere sul latte non versato. Fortunatamente anche in questa edizione c’erano delle chicche imperdibili. Per esempio, Roisin Murphy, ex-Moloko, che si è rilevata una vera diva sin dal momento che ha messo piede sul palco, eseguendo quasi tutto il primo brano con l’asta del microfono in orizzontale e cantando quasi sdraiata a terra. Della serie: io posso permettermelo. Fantastica anche l’esibizione dei Ladytron: in pratica un concerto degli Human League del 1981. Tastiere, tastiere e, in secondo piano, tastiere. Tutti i brani eseguiti all’insegna della più asettica freddezza. Le due cantanti avevano un’espressione talmente annoiata che sembravano poter abbandonare il palco da un momento all’altro. Guardandole ti chiedevi come mai avessero scelto di intraprendere la carriera di musiciste invece di quella di professoresse di latino (per la quale possiedono entrambe il perfetto physique du role). Il loro look poi era di un tale nero rigore che ancora oggi non sono riuscito a decifrare se indossassero modelli di Prada o vestiti comprati in un supermercato di Cracovia. Le adoro. L’esibizione che attendevo con più ansia era comunque quella dei Fischerspooner, gli autori del più bel disco del 2005 (“Odissey”, siamo tutti d’accordo, vero?). Ero sotto il palco, a un metro da loro, che mi agitavo come un tarantolato. Quando hanno eseguito “Emerge” pensavo che le braccia mi si sarebbero staccate dal tronco da tanto che le sbattevo in aria. Il che non toglie che il concerto sia stato terribile, con dei suoni pessimi e un cantato quasi inudibile. Ma in fondo, chi si aspettava altro? Secondo me non ci credevano neanche loro.

A sorpresa l’esibizione che mi è piaciuta di più è stata invece quella dei Polyphonic Spree, gruppo californiano di qualcosa come 40 elementi, che sul palco si presentano indossando tuniche bianche come una setta esoterica e cantano canzoni dedicate al sole, alla terra e a una non meglio precisata divinità. Il primo brano sarà durato 25 minuti (non esagero) e sembrava continuamente sul punto di terminare, per poi riprendere con rinnovato vigore ogni volta. Talmente assurdo che ho riso tutto il tempo. Ho riso molto meno quando sono apparsi sul palco i Tears, dei beneamati Anderson e Butler. Più che un concerto una caricatura. No, grazie: preferisco il disco.

Al contrario, chi l’avrebbe detto che quei noiosi dei !!!, il cui album ti stanca al terzo pezzo (se non direttamente al primo), dal vivo fossero una tale bomba? Pazzeschi. E se tutti quanti apparivano delusi dallo show degli LCD Soundsystem, io che li vedevo live per la prima volta li ho trovati molto più convincenti che su disco.

Ma forse il momento più emozionante dell’intero festival è stato la prima notte, con gli Underworld, quando migliaia di persone ballavano e cantavano in coro “Born slippy” (ammesso che urlare “Mega mega white thing! Mega mega white thing!” sia considerabile cantare in coro). Un momento veramente generazionale.

Un’osservazione particolare merita anche lo stato di sfattume generale. Ho visto cose che voi umani… Per esempio, un tizio che ballava accanto a me durante il dj set di Justin Robertson che a un certo punto si è tolto un sandalo, se l’è portata all’orecchio e ha cominciato a parlarci convinto che fosse un telefonino. E non stava scherzando! Oppure un altro disperato che poco prima del concerto degli Oasis ha scelto di mettersi a dormire sulla strada d’asfalto che conduceva all’Escenario Verde, il palco principale. Un relitto umano con migliaia di persone che gli circumnavigavano intorno.

Curioso è il fatto che l’abbonamento al festival, così come il pass per i giornalisti, è costituito da un braccialetto di stoffa che ti viene letteralmente fissato al polso e per tutta la durata della manifestazione ti è impossibile toglierlo (sfilandolo lo spezzeresti). Quindi per quattro giorni mangi, passeggi, fai la doccia, scopi, dormi, sempre con quel pendaglio addosso. (Idiosincrasie individuali: io me lo sarei strappato continuamente, al mio fidanzato è piaciuto così tanto che non ha voluto toglierselo neanche la settimana successiva).

Un altro bizzarro fenomeno è la parziale indifferenza che si arriva a sviluppare verso gli eventi del programma. Sono tanti e tali gli show in contemporanea che a un certo punto viene quasi da dire basta. Io non mi spiego ancora perché non sia andato a vedere i Cure, di cui sono stato grande fan e possiedo gran parte della discografia, mentre mi sono visto per intero lo show degli Oasis, di cui non mi frega nulla. Ho persino partecipato ai cori collettivi di “Wonderwall”, figurarsi. 

Assolutamente incredibile infine è l’odore che prendono i vestiti indossati nella manifestazione. Si balla, si suda, ci si siede su prati irrorati di birra, cocacola e chissà che altro, si sta fuori per qualcosa come 12 o 15 ore… I miei jeans li ho lavati due volte in lavatrice e ancora non hanno perso l’odore. Mi sa che li butto.

Per concludere, la battuta migliore del festival l’ho sentita in un dialogo tra due miei amici:

Diego: - Hai freddo?

Pier: - No, I-Pod.

Rosa, rosae... Rosae, rosarum... Le perfette professoresse Ladytron.

The Polyphonic Spree: I want to believe!

Fischerspooner: Looks good! Feels good! Sounds... not so good too! (Ah, ah, that's right).

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martedì, 23 agosto 2005

DISPACCIO ESTIVO N. 2

Mentre mi trovavo a Barcellona mi ha molto colpito la pubblicità della Once, la lotteria spagnola. La campagna in sé non ha nulla di particolarmente originale: come tutte le lotterie del mondo promette di realizzare i sogni di tutti. La vera scelta rivoluzionaria sta nell’immagine dei cittadini qualunque rappresentati nelle affissioni: oltre al solito bravo ragazzo raggiante, alle signora di mezza età che sorride, alla famigliola felice, i manifesti avevano per protagonisti anche un cieco, una donna su una sedia a rotelle, un giovane down. I sogni di tutti, appunto. Quanto è CIVILE una campagna pubblicitaria di questo tipo?

 

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sabato, 20 agosto 2005

DISPACCIO ESTIVO N.1

Domanda: da cosa si riconosce un italiano all'estero?

Risposta: indossa una t-shirt Guru ed è fermo a guardare le vetrine dei negozi di telefonini.

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lunedì, 01 agosto 2005

CHIUSO PER FERIE

Per un paio di settimane il blog sarà inattivo. Vado in Spagna a vedere da vicino come si vive in era Zapatero. Se siete anche voi in terra iberica, dal 4 al 7 agosto mi trovate sicuramente qui: http://fiberfib.com Poi sarò in giro. Besos.

 

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