VIDEOFOLLIA
Ok, l’avevo annunciato qualche giorno fa e ora ci siamo: da giorni mi arrovellavo sull’idea di creare dei contenuti video da diffondere tramite blog. Dopo qualche tentativo (e un po’ di pratica sulle faccende tecniche) sono arrivato a concepire un progetto assai straccione: ho aperto un videoblog, molto sperimentale e molto folle. Ma, spero, soprattutto divertente.
L’idea su cui si basa è semplicissima: una raccolta di finti spot a favore di “Esperimenti di felicità provvisoria”. Ho chiesto ad alcuni amici di farmi da testimonial e li ho filmati con una fotocamera digitale. Il risultato in molti casi è davvero comico.
Il blog si chiama “Esperimenti Video”, se volete visionarlo cliccate qui. Abbiate un attimo di pazienza, perché avendo molti contenuti video la pagina impiegherà un po’ più del solito a mostrare tutti i post (credo).
Al momento sono presenti i primi otto filmati, altri saranno aggiunti nei prossimi giorni. Ma il progetto è quello di allargare l’invito a chiunque: chi di voi vuole cimentarsi in un finto spot e filmarsi col telefonino o una fotocamera, mandi la sua interpretazione a questo indirizzo:
esperimentivideo@gmail.com e sarà inserito.
E’ facile, e non occorre neanche aver letto il libro!
PS: Una curiosità: tra i testimonial compare anche mia sorella, nota anche come “la Cate” di Generations of love.

COSA STAI LEGGENDO IN QUESTO MOMENTO?
Tempo fa mi ero ripromesso di segnalare in questo blog i vari testi che leggo, anche per stimolare commenti e scambi di opinione in merito. Naturalmente poi me ne sono dimenticato, ma riprendo ora l’iniziativa, con la speranza di portarla avanti con regolarità (casomai ricordatemelo anche voi, eh?).
Dennis Cooper – God jr. (Fazi editore)
Non mi è mai piaciuto Cooper: i suoi primi libri mi sembravano troppo studiatamente provocatori per essere davvero interessanti (bambini di otto anni drogati e violentati dallo zio, roba del genere. File under: chissenefre). Poi ho letto la raccolta di saggi "Tutt'orecchi" pubblicata da Playground e mi si è accesa una lampadina (l’articolo-inchiesta sui prostituti sieropositivi di Los Angeles era davvero toccante e, quello sì, sincero). Allora ho deciso di abbordare anche il suo nuovo romanzo e, sorpresa!, non ci sono più provocazioni gratuite, non c’è più sesso spinto e droga a catinelle, ma il dolore concreto e terreno di un padre che ha perso un figlio e che si rifugia in un videogioco. Un’elaborazione del lutto in forma di pixel. Originale, toccante. Bravo Cooper: stai invecchiando, finalmente.

Legs McNeil & Gillian McCain – Please kill me (Baldini Castoldi Dalai editore)
La storia del punk (americano) raccontata dai suoi stessi protagonisti: i Velvet Underground, Iggy Pop, Debbie Harry, Patti Smith… Un volumone di oltre 500 pagine, realizzato incollando stralci di intervista in un unico flusso narrativo. Mi sono detto: Ne leggo qualche pagina per curiosità. Non riesco più a staccarmene.
T. CORAGHESSA BOYLE – Infanticidi (Einaudi)
Boyle è un maestro del racconto. Questa raccolta (come la precedente, “Se il fiume fosse whisky”, sempre Einaudi) è fenomenale. Punto. Se vi piacciono le short-stories mi ringrazierete per questo consiglio. [Sorry, non riesco a trovare un .jpg della copertina]
MA TU LO CONOSCI BRAGA?
Esce questa settimana un libro interessante e assai divertente che rappresenta l’esordio di uno scrittore scoperto da ‘tina e apparso nell’antologia “Scontrini”. L’autore è Giuseppe Braga e il libro è una raccolta di memorie e meditazioni sulla vita di un esordiente. Braga racconta, con acida ironia, tutti i corsi di scrittura a cui ha partecipato, le lezioni discutibili di alcuni insegnanti, i concorsi assurdi a cui ha mandato i suoi testi, le piccole soddisfazioni delle prime uscite, le frustrazioni per i rifiuti subiti. Il volume si intitola “Ma tu lo conosci Joyce?”, lo pubblica l’editore milanese Sironi e contiene una mia breve prefazione, che potete leggere anche qui.

IL GIOCO DELLE COPIE
Tra le tante idee sbagliate che circolano sul conto degli scrittori, una delle più diffuse è che ogni autore abbia la casa piena delle proprie opere. Pile di libri che può allegramente regalare a chiunque. Questo è assolutamente falso. So che il ragionamento viene spontaneo (il romanzo l’ha scritto lui, può averne tutte le copie che vuole), ma è scorretto. In realtà, uno scrittore dal momento che firma il contratto con una casa editrice cede a questa i diritti sui propri testi. Questo significa, tra le altre cose, che gli spettano un certo numero di copie in regalo. Le altre, se vuole, se le deve comprare. Sapete quante copie omaggio all’autore prevede un contratto standard (come quello che ho io)? Dite una cifra. Cinquanta? Trenta? Venti? No. Cinque. Sì, avete letto bene, cinque. In pratica uno esaurisce le proprie copie regalandole solo ai membri più stretti della famiglia. La cosa imbarazzante è che tutti si aspettano invece che tu a casa ne abbia una riserva infinita. E quindi te ne chiedono in continuazione: il portinaio che ha visto la tua foto sul Corriere, il vicino di casa che ti ha visto ospite su Rai Due, la commercialista che ti ha sentito un pomeriggio intervistato per radio. Gente che ti ferma per le scale in preda a un genuino entusiasmo: - Ieri sera l’abbiamo vista in tv! Che soddisfazione! Io e mio marito vogliamo assolutamente una copia del suo libro. Con dedica, eh? -. Dal discorso risulta abbastanza evidente anche che non intendano leggerlo, gli basta averlo. Il sottotesto è: in fondo, che ti costa? La verità è che allo scrittore costa. Le case editrici possono fargli uno sconto, ma relativo.
Comprare qualche libro extra da regalare agli amici mi sta anche bene. Comprarle per darle a una vicina con la quale non ho alcun rapporto è senza senso. Ma come fai a spiegarglielo? Le poche volte che ci ho provato ho capito con imbarazzante chiarezza che la gente non mi credeva. Pensa che si tratti di una scusa, e anche squallida.
Allora ho scoperto che esiste una sola scappatoia a questa situazione: promettere, a vuoto.
Ormai ho imparato, ogni volta che un conoscente pretende un libro in regalo, a rispondere con un sorriso: - Ma certo! –. Salvo poi non consegnarglielo mai. Mi aspetto che prima o poi qualcuno, esasperato dalle mie false promesse, arrivi a bussare direttamente alla mia porta. E a quel punto, finalmente, potrei farlo entrare e fargli constatare coi suoi occhi la verità.

TORINO FESTIVAL (E PROSSIMI APPUNTAMENTI)
Sabato 22 aprile sarò di nuovo a Torino per presentare il romanzo all’interno della rassegna cinematografica “Da Sodoma a Hollywood”. L’incontro sarà alle 18 presso il Teatro Nuovo in Corso Massimo D’Azeglio 17.
Intanto comunico a tutti i lettori di Roma che me lo richiedono con insistenza da tempo che ho finalmente fissato una data per l’incontro nella capitale: il 10 maggio (segnatelo sul calendario e tenetevi liberi). Sempre a maggio sarò anche a Pavia, a Bologna e alcune altre città. Appena so meglio date e dettagli li comunicherò qui.

LE GRANDI ESCLUSIVE DI MATTEO B. BLOG: "SEAN CONNERY"!
Da un po' di tempo sto considerando l'idea di arrichire i contenuti di questo blog con materiali video. Ho diverse idee (tutte malsane, va detto), ma prima devo ancora capire bene i dettagli tecnici della faccenda. Per il momento però posso cominciare con una piccola chicca dedicata ai lettori di "Esperimenti di felicità provvisoria": come forse ricorderete, nel romanzo Elvis porta Mao a vedere il concerto del gruppo Egokid che esegue, fra le varie canzoni, un brano intitolato "Sean Connery". Gli Egokid si sono prestati alla realizzazione di un piccolo video casalingo nel quale interpretano il brano in versione acustica, in esclusiva per questo blog. Cliccate qui per vederlo.

DREAMING OF THE QUEEN (VISITING FOR TEA)
Ok, adesso lo posso raccontare. Martedì scorso, verso le 15 e 30, mi trovavo nell’attico di un elegante albergo di Londra a prendere un the con i Pet Shop Boys. L’evento è stato possibile grazie al mensile “Rolling Stone” che mi ha mandato nella capitale inglese per intervistarli. L’incontro è stato entusiasmante. Chris e Neil si sono dimostrati affabili e ciarlieri, andando persino oltre la mezzora concordata per l’intervista. Mi hanno fatto vedere l’anteprima del loro nuovo video (“I’m with stupid”), mi hanno parlato del nuovo album “Fundamental” e hanno risposto a tutte le mie domande da fanatico sul loro passato. L’articolo dovrebbe uscire sul numero di RS in edicola a fine maggio.
Confesso che il momento preciso in cui sono entrato nella stanza e mi sono trovato i due di fronte è stato davvero emozionante. Chris e Neil stavano sorseggiando il loro the. Quando l’addetta stampa della EMI mi ha chiesto se anch’io ne volessi una tazza ho detto subito di sì. In realtà non ne avevo alcuna voglia, ma la sola idea di sedermi al tavolo e condividerlo con loro mi è sembrata l’immagine perfetta da conservare nella mia memoria. “Un the con i Pet Shop Boys”: suona così bene che è già il titolo di un libro.

LOST IN (SLOVENIAN) TRANSLATION
Un paio di mesi fa sono stato invitato a Lubiana per la presentazione della traduzione locale di “Generations of love”. Sono andato nella capitale slovena insieme al mio amico Emiliano (uno dei conduttori della trasmissione radiofonica “L’altro martedì” su Radio Popolare n.d.r.) e ci siamo trattenuti un paio di giorni, per partecipare al reading, ma anche per visitare brevemente la città. Questi appunti sono il resoconto di quel weekend.
Venerdì, 10 febbraio 2006
I collegamenti ferroviari tra Milano e Lubiana sono un esercizio di fede nelle FS. Il primo treno utile per raggiungere la Slovenia è un Intercity che parte alle sei del mattino in direzione Venezia. Si cambia a Mestre, dove si prende la coincidenza con un Eurostar per Budapest. Suona tutto molto affascinante e mitteleuropeo, se non che si sono solo dodici minuti tra l’arrivo del primo treno e la partenza del secondo: riuscire a prendere quella coincidenza è un miracolo.
Il nostro Intercity ha viaggiato in perfetto orario fino alla periferia di Mestre, dove si è trattenuto amabilmente alcuni minuti in aperta campagna per far godere ai viaggiatori uno scorcio del panorama veneto, e far venire a me ed Emiliano la tachicardia. Giunti in stazione abbiamo fatto appena in tempo a precipitarci giù dal convoglio per raggiungere il binario dove era in partenza l’Eurostar. Un pizzico di brivido giusto per spezzare la monotonia di sette lunghe ore di viaggio.
Mi ero accordato via mail con Brane Mozetič, il mio editore sloveno, perché venisse a prenderci in stazione a Lubiana, ma sulla pensilina non c’era nessuno ad attenderci. E mentre io realizzavo all’improvviso che da perfetto idiota avevo lasciato a casa il suo numero di cellulare, lui mi ha chiamato per avvisarmi che era in ritardo (emergenza rientrata). Mi ha chiesto di aspettarlo mezzora da qualche parte, e poiché non avevo alcun punto di riferimento, mi ha suggerito di attenderlo al fast food nell’atrio. Così, la prima cosa che Emiliano e io abbiamo fatto appena sbarcati in Slovenia è stato andare da McDonald’s: la mossa più global da fare in un paese dell’Est.
– Non diciamolo a nessuno, ti prego -. (Emi, come vedi ho mantenuto la promessa).

(foto – McDonald’s: a taste of Slovenia!)
Mentre ci accompagnava in albergo, Brane ci ha raccontato che quella era una data speciale per gli studenti sloveni, perché si trattava del giorno in cui le università aprivano i battenti ai possibili nuovi iscritti, ai quali offrivano incontri d’orientamento e colloqui con gli insegnanti.
Aggirandoci per la città avevamo proprio l’impressione che fosse invasa dai teenager. C’erano giovani ovunque, persino troppi. Emiliano ha osservato che sembrava fosse appena avvenuto un colpo di stato e che i diciottenni avessero occupato la capitale.
Lubiana è splendida, puro concentrato di Mitteleuropa. Edifici vecchissimi e di grande fascino, una sequela infinita di caffè e birrerie, molte gallerie d’arte e negozietti di artigianato. I bar, in particolare, possono alternare un’aria centenaria a un aspetto modernissimo, architetture da due secoli fa contrapposte a un design di pura avanguardia. (Milano fa schifo: guardavo questi localini e lo capivo con un’intensità da depressione).
Il reading si svolgeva alle 19 presso la galleria d’arte “Škuc” nel centro della città. Si trattava di un piccolo centro culturale, con una sala per esposizioni e un piccolo palchetto per letture o recite.
Appena arrivati mi è stato presentato il mio traduttore, Gašper Malej, che prima del mio romanzo aveva già tradotto opere di Pier Paolo Pasolini, Antonio Tabucchi, Dario Fo e Cesare Pavese. L’accostamento con tali autori mi ha annichilito, ma ho finto una discreta disinvoltura.
Gašper mi ha spiegato che non ero il solo ospite dell’incontro e che altri scrittori avrebbero preso parte al reading. Oltre al mio romanzo, venivano presentati altri due libri dello stesso editore: una raccolta di versi di un poeta polacco e il romanzo di una scrittrice autoctona.
Su un banchetto erano posizionate alcune copie dei volumi, su un altro c’era un piccolo free bar, con vino e succhi d’arancia. In breve la galleria si è affollata e le sedie sono state tutte occupate.
E’ toccato al poeta il compito di cominciare. Ha letto alcune liriche in polacco, seguite dalla lettura in sloveno del traduttore seduto a suo fianco. Ovviamente io non potevo capire una parola e mi limitavo a osservare l’evento. Il poeta aveva un’aria spiritata e inquietante. Leggeva con voce cavernosa, occhi fissi ed espressione funerea. A un certo punto il mio traduttore si è avvicinato e mi ha sussurrato: - Sta leggendo delle poesie che parlano di morte e schizofrenia -.
- Non so come, ma l’avevo dedotto -, gli ho confidato.
Poi è stato il mio turno. L’editore aveva insistito perché proponessi alcune pagine del romanzo in italiano e io ho obbedito, ma ho cercato di leggerle il più velocemente possibile, perché le uniche persone nella sala in grado di capirle erano Emi e il mio traduttore. Per il resto del pubblico si trattava di una nenia senza senso.
Alla mia esotica esibizione è seguita quella di un giovane attore, che ha letto le stesse pagine in sloveno. Qui ho finalmente avuto la reazione del pubblico, che ha sorriso, riso e applaudito calorosamente alla fine. Mi restava il dubbio se tanto entusiasmo fosse solo legato al contenuto del mio libro o piuttosto semplice sollievo nello scoprire che non fosse un romanzo su morte e schizofrenia.
Dopo di me è stato il turno della scrittrice locale Suzana Tratnik, che ha letto un testo apparentemente meraviglioso, almeno considerando l’accoglienza ottenuta. Il pubblico ha interrotto più volte la lettura con scoppi di riso e applausi e l’entusiasmo generale era palpabile, al punto che io e Emi ci guardavamo affranti per non poterlo condividere. E’ davvero frustrante la barriera linguistica, specialmente quando ti aliena dall’euforia.
Al termine dell’incontro Suzana è venuta a salutarmi, porgendomi una copia di “Generations” da autografarle, dicendomi che l’aveva letto e amato molto. Io ho ricambiato i complimenti pur non avendo decifrato una sillaba della sua lettura (mi era bastata la reazione degli astanti). Emiliano ha persino acquistato il suo libro, nella speranza che prima o poi qualche amico di lingua slava possa tradurglielo, almeno un paio di pagine giusto per farsene un’idea.
Solo più tardi sono stato informato che la scrittrice aveva dedicato al mio romanzo una recensione entusiastica sul quotidiano nazionale “Večer”. Non ho potuto ringraziarla per questo. Ma del resto, benché ne abbia ricevuto una copia, non ho potuto nemmeno leggere la recensione. (Questa cosa della lingua cominciava a farmi impazzire).

(foto - Metelkova style)
La sera siamo andati alla scoperta di Metelkova, una sorta di cittadella indipendente all’interno della città, un centro culturale alternativo divenuto negli anni un simbolo nazionale della controcultura. Ricavato nello spazio delle ex-caserme dell’Esercito Popolare Jugoslavo, il luogo è stato occupato pacificamente da gruppi di disobbedienti dopo il 1991 e trasformato in spazio autogestito dove trovano sede gallerie d’arte e ristoranti, dove si fanno spettacoli teatrale e concerti. Il fulcro dei movimenti pacifisti, punk e no-global risiede qui. Un mega-centro sociale, dunque.
Tra le altre cose, sempre fra questi edifici si trovano l’unico locale gay e l’unico locale lesbico dell’intera nazione. I due club sono in pratica due stanzette confinanti. Le gente esce da una e si reca nell’altra costantemente, in una specie di flusso indistinto. Entrambe sono dotate di bar e console per il dj. E il venerdì sera, veniamo informati, è la serata più affollata dell’intero weekend. Evvai!
A mezzanotte e mezza eravamo in quattro o cinque. Io e Emi ci aggiravamo tra le stanze perplessi. (Ma sarà vera questa storia che è affollatissimo il venerdì?).
All’una e mezza c’era la bolgia. Un cast eterogeneo (beh, più –geneo che etero), che andava dal ragazzetto trendy al tamarro in tuta aperta sul petto con collanina d’oro in bella vista, dai ventenni stile hip-hop ai quarantenni in camicia di flanella e cappellino da marinaio. La qualsiasi.
Luci basse, il manifesto gigante di “Gora Brokeback” (traduzione locale di “Brokeback mountain”) e tanto fumo da toglierti il respiro, almeno finché qualcuno non ha cominciato ad aprire finestrelle. Qui non è ancora vietato fumare nei luoghi pubblici. Per noi che ormai ci siamo abituati all’aria pulita nei locali la regressione è sconvolgente. Ma la cosa più sorprendente è stata senza dubbio la musica: in Slovenia si balla una dance mai sentita. In un paio d’ore di dj set ho riconosciuto solo l’ultimo di Madonna, un mash-up di Mylo e i Miami Sound Machine, l’hit-single della cantante greca Despina Vandi e un remix della defunta star mediorientale Ofra Haza. Il resto assolutamente inedito, per le nostre orecchie: discomusic balcanica, eurodisco dell’est, successi sloveni. Ballavamo questi ritmi assurdi e nuovi e quasi non ci sembrava possibile essere ad appena un’ora dal confine con Trieste: sembrava già un altro mondo lontanissimo.
Usciti dal locale abbiamo scoperto una fila di taxi nel cortile in attesa. Una colonna di auto pubbliche all’interno di un centro sociale fa un effetto straniante. (Immaginate di uscire dal Leonka e trovare una fila di taxi: uno shock socio-culturale). E comunque, incongrui o no, eravamo distrutti e ne abbiamo preso uno per rientrare in albergo. Del resto, dopo quattro vodka lemon chi avrebbe mai ritrovato la strada per arrivarci?
Sabato, 11 febbraio
Giornata di turismo locale.
Abbiamo attraversato la città a piedi, allo scopo di tornare a Metelkova per fotografarne gli edifici con la luce del giorno. Lungo la via ci siamo persi per stradine laterali, attratti da insegne stravaganti, banchetti del mercato, semplice curiosità. In questo modo abbiamo scoperto l’esistenza del negozio “Extravaganja” (una sorta di Body Shop dove tutti i prodotti erano a base di marijuana) e ci siamo ritrovati in un parco nel quale l’amministrazione ha voluto dare evidente sfoggio di spirito surrealista, posizionando decine di sostegni per panchine, ma senza poi aggiungere le sedute.

(foto – Emiliano sperimenta le celebri panchine surrealiste di Lubiana)
La sera siamo andati a cena con Brane e con lui abbiamo discusso a lungo su cosa significhi fare l’editore indipendente in un paese con solo due milioni di abitanti e dunque con un mercato ristrettissimo, nel quale i best-seller sono volumi che vendono 1000 copie. Ci ha parlato di forza di volontà, di sovvenzioni della Comunità Europea per riuscire a sopravvivere, di piccole tirature smaltite nel corso degli anni, malgrado un catalogo che vanta nomi autorevoli quali Fernando Pessoa, Michel Foucault, Frank O’Hara, Jackie Kay e Kavafis.
[Quella discussione si è trasformata in un’intervista vera e propria che in seguito abbiamo ricreato via mail e alla quale dedicherò un post speciale su questo blog].
Poi la notte, ormai clienti fissi, siamo tornati a Metelkova.
Domenica, 12 febbraio
Abbiamo preso il treno a metà mattina per il rientro in Italia. E’ già deciso che torneremo con un gruppo di amici in tarda primavera. Vogliamo condividere con loro la gioia di ballare discomusic balcanica e vogliamo scoprire insieme il Celica, l’ostello della gioventù accanto a Metelkova. Si tratta di un dormitorio modernissimo, ricavato da un ex-carcere: ogni stanza è una minuscola cella, il cui interno è stato decorato da artisti emergenti locali. L’ospite può scegliere di pernottare ogni notte in una cella differente, al fine di vedere le varie opere. Suggestivo e molto post-comunista.
Bye bye Lubiana, ci rivediamo. E’ una promessa.

(foto – E’ severamente proibito)
Un’importante precisazione finale, nel caso doveste anche voi varcare il confine triestino. Sappiate che, come dimostra l’adesivo applicato sulle porte (e che noi subito abbiamo fotografato), sui treni sloveni è vietato mangiare coni gelato e pattinare. Peccato, perché sono le tipiche attività che uno ama svolgere in treno. In fondo, alzi la mano chi non ha mai ingannato le attese di un lungo viaggio pattinando allegramente fra una carrozza e l’altra di un convoglio, gustando con piacere un fresco cono gelato?
Ah, il rigore sloveno!