VIVAVOCE – EPISODIO UNO: ILARIA BERNARDINI
Gestendo un blog personale si rischia di parlare sempre di se stessi, una trappola soffocante da cui ultimamente sentivo molto il bisogno di uscire. Per questo ho deciso di inaugurare una rubrica. Si chiama “Vivavoce” ed è composta da brevi interviste a scrittori (o altri artisti) con i quali ho contatti diretti e che quindi posso coinvolgere con facilità in questo progetto. Naturalmente le interviste avranno un tono rilassato e informale, più da chiacchierata tra amici che da articolo di giornale.

Ho scelto di inaugurare la rubrica con Ilaria Bernardini, una scrittrice che ho avuto la fortuna di scoprire e portare al debutto, con il primo romanzo pubblicato l’anno scorso da Baldini Castoldi Dalai editore. In questi giorni esce il suo nuovo libro, una raccolta di racconti pubblicata dall’editore ISBN, che contiene fra gli altri anche un testo pubblicato sul numero scorso ‘tina. Ecco come ha risposto alle mie domande.

Il tuo primo romanzo, "Non è niente", ha avuto una calorosa accoglienza, sia dal pubblico che dalla critica. Questo ti ha aiutato nella stesura del secondo libro?
Non credo mi abbia aiutato. Anche perché il mio secondo libro è talmente distante (in ogni senso) dal primo che non mi sentivo neppure la stessa persona. Certo, mentre scrivevo “La fine dell'amore” sapevo che era molto probabile che venisse pubblicato e quindi letto, mentre con “Non è niente”, non ne avevo idea e quindi mi sentivo si più insicura ma decisamente più libera. Ora ho più paura, insomma.
Hai intitolato il tuo nuovo libro "La fine dell'amore", un titolo quantomeno impegnativo. Non temi che la gente si spaventi, che pensi "Oddio, che triste"? Oppure è stata una sfida scegliere un titolo simile?
Il titolo mi sembra romantico, quasi da Harmony, anche se triste, certo, ma del resto il libro non posso mica fare finta che non sia triste. Lo è, però è anche dolce e semplice e a volte ridicolo. Sono stata indecisa sul titolo per tanto tempo (come per “Non è niente” del resto, che ha cambiato una ventina di nomi). per questa raccolta pensavo anche a LA FINE DEL MONDO o I NODI DEI CAPELLI. Erano meglio?

La copertina del libro è molto originale: sembra pasticciata a biro, come le pagine di un diario. E' stata tua l'idea?
Si, l'idea è stata mia ma ci abbiamo lavorato in tanti. Io, Felix Petruska il disegnatore, Giacomo Papi e Silvia Sartori. Strano che per un pasticcio tipo quelli che si fanno al telefono sovrappensiero ci si metta tanto e ci si lavori in tanti. Però siamo tutti molto orgogliosi ora di quella bic blu e del fiore e dei segni di sporco sul bianco severo di ISBN.
Si dice che in Italia i libri di racconti non funzionino. In realtà non è vero (penso per esempio ai successi recenti di Valeria Parrella o Pietro Grossi), tuttavia una raccolta di racconti arriva raramente a vendere quanto un romanzo. Secondo te come mai? Sei pronta a sfatare questo mito?
Non me lo spiego e non sono per niente pronta a sfatare il mito. Il libro non venderà un cazzo come è ovvio e almeno potrò dire che è perché in Italia i racconti non funzionano (e cercherò di non citare la Parrella e Grossi)
Ma tu, come lettrice, ami i racconti?
Molto, si. Quest'anno mi sono piaciuti molto alcuni di Lydia Davis e della Homes, per esempio. O Panckake e ZZ Paker ancora più di recente.
Consiglia uno o due libri che hai letto di recente e di cui ti sei innamorata.
“Questo libro ti salverà la vita”, di A.H Homes. Un capolavoro.

LA SINDROME DA SESTO SENSO
Ho notato una caratteristica preoccupante nei racconti che mi vengono inviati in lettura ultimamente. Molti contengono un colpo di scena finale. O meglio, un tentativo di colpo di scena. In letteratura, così come al cinema, è ormai difficile sorprendere il pubblico. Richiede molta abilità saper ribaltare un impianto narrativo concentrando la sorpresa nelle ultime righe e non sono molti gli autori affermati che si azzardano a farlo. Invece mi sembra di dedurre che fra i principianti sia una sorta di nuova mania. Mi rendo conto talvolta che l’intero testo di molti racconti è costruito in funzione della riga conclusiva. Che tuttavia, nella quasi totalità dei casi, è una scemenza. Tipo: si viene a scoprire che era tutto un sogno. O che la voce narrante è in realtà quella di un defunto. O che l’uomo innamorato sta parlando a una donna in tv. L’effetto che suscitano tali rivelazioni a me pare l’opposto a quello che l’autore auspicava: invece che fornire un reale colpo di scena, offre l’impressione di aver preso in giro il lettore. Personalmente lo trovo insopportabile.
Mi chiedo però: da dove prenderà origine questa tendenza? Credo dal cinema e dalla tv. Così a caldo mi vengono in mente pochi esempi di romanzi efficaci basati su un simile ribaltamento (su tutti, credo che l’apice sia “L’amico ritrovato” di Fred Hulman), mentre al cinema ci sono diversi esempi citabili al volo: “Il sesto senso”, “The others”, “Umbreakable”…
Modelli a parte, è l’intenzione che sta dietro questi racconti a lasciarmi perplesso. Mi sembra quasi che denunci una mancanza di fiducia nella narrazione pura, come se raccontare una storia non bastasse più e fosse necessario ogni volta ricorrere a conigli da estrarre dal cappello. Ma questo significa confondere la magia con l’illusionismo.

LIBRETTO DELLE GIUSTIFICAZIONI
Signora Maestra, l’alunno Matteo B. Bianchi non ha potuto aggiornare il blog in questi giorni perché la tecnologia ha deciso di ribellarsi contro di lui e complottare per impedirgli ogni tentativo. Per fare un esempio, l’alunno l’altra mattina si trovava nel nuovo ufficio della redazione di “Dispenser”, dove non è ancora stato attivato il collegamento alla Rete, quindi non ha potuto accedervi. Nel pomeriggio si è recato presso la sede della redazione di “Very Victoria”, dove per un disguido tecnico è saltato il collegamento Internet per l’intero pomeriggio. Giunto a casa, ha scoperto di avere un guasto al pc. A quel punto lo scolaro è stato tentato di sbattere la testa contro il muro per la disperazione, ma si è trattenuto. Sta inviando questo messaggio da un Internet point di gestione cilena con musica latina in sottofondo. Cerchi di comprendere il suo stato di difficoltà attuale.
Firmato: La mamma
TRACCE DI CIVILTA' SEPOLTE
Dal mio album delle vacanze, un'immagine scattata ai resti del muro di Berlino in Potsdamer Platz. E' proprio il caso di dire: c'è più gusto a essere italiani.

