Matteo B Blog

Il quaderno dei pensierini di Matteo B. Bianchi
martedì, 26 settembre 2006

 VIVAVOCE – EPISODIO UNO: ILARIA BERNARDINI

Gestendo un blog personale si rischia di parlare sempre di se stessi, una trappola soffocante da cui ultimamente sentivo molto il bisogno di uscire. Per questo ho deciso di inaugurare una rubrica. Si chiama “Vivavoce” ed è composta da brevi interviste a scrittori (o altri artisti) con i quali ho contatti diretti e che quindi posso coinvolgere con facilità in questo progetto. Naturalmente le interviste avranno un tono rilassato e informale, più da chiacchierata tra amici che da articolo di giornale.

Ho scelto di inaugurare la rubrica con Ilaria Bernardini, una scrittrice che ho avuto la fortuna di scoprire e portare al debutto, con il primo romanzo pubblicato l’anno scorso da Baldini Castoldi Dalai editore. In questi giorni esce il suo nuovo libro, una raccolta di racconti pubblicata dall’editore ISBN, che contiene fra gli altri anche un testo pubblicato sul numero scorso ‘tina. Ecco come ha risposto alle mie domande.

Il tuo primo romanzo, "Non è niente", ha avuto una calorosa accoglienza, sia dal pubblico che dalla critica. Questo ti ha aiutato nella stesura del secondo libro?

Non credo mi abbia aiutato. Anche perché il mio secondo libro è talmente distante (in ogni senso) dal primo che non mi sentivo neppure la stessa persona. Certo, mentre scrivevo “La fine dell'amore” sapevo che era molto probabile che venisse pubblicato e quindi letto, mentre con “Non è niente”, non ne avevo idea e quindi mi sentivo si più insicura ma decisamente più libera. Ora ho più paura, insomma.

Hai intitolato il tuo nuovo libro "La fine dell'amore", un titolo quantomeno impegnativo. Non temi che la gente si spaventi, che pensi "Oddio, che triste"? Oppure è stata una sfida scegliere un titolo simile?  

Il titolo mi sembra romantico, quasi da Harmony, anche se triste, certo, ma del resto il libro non posso mica fare finta che non sia triste. Lo è, però è anche dolce e semplice e a volte ridicolo. Sono stata indecisa sul titolo per tanto tempo (come per “Non è niente” del resto, che ha cambiato una ventina di nomi). per questa raccolta pensavo anche a LA FINE DEL MONDO o I NODI DEI CAPELLI. Erano meglio?


La copertina del libro è molto originale: sembra pasticciata a biro, come le pagine di un diario. E' stata tua l'idea?

Si, l'idea è stata mia ma ci abbiamo lavorato in tanti. Io, Felix Petruska il disegnatore, Giacomo Papi e Silvia Sartori. Strano che per un pasticcio tipo quelli che si fanno al telefono sovrappensiero ci si metta tanto e ci si lavori in tanti. Però siamo tutti molto orgogliosi ora di quella bic blu e del fiore e dei segni di sporco sul bianco severo di ISBN.


Si dice che in Italia i libri di racconti non funzionino. In realtà non è vero (penso per esempio ai successi recenti di Valeria Parrella o Pietro Grossi), tuttavia una raccolta di racconti arriva raramente a vendere quanto un romanzo. Secondo te come mai? Sei pronta a sfatare questo mito?  

Non me lo spiego e non sono per niente pronta a sfatare il mito. Il libro non venderà un cazzo come è ovvio e almeno potrò dire che è perché in Italia i racconti non funzionano (e cercherò di non citare la Parrella e Grossi)

Ma tu, come lettrice, ami i racconti? 

Molto, si. Quest'anno mi sono piaciuti molto alcuni di Lydia Davis e della Homes, per esempio. O Panckake e ZZ Paker ancora più di recente.

Consiglia uno o due libri che hai letto di recente e di cui ti sei innamorata. 

Questo libro ti salverà la vita”, di A.H Homes. Un capolavoro.


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domenica, 24 settembre 2006

ESPERIMENTI: UN CAPITOLO INEDITO
 
“Loopanare” è un’interessante e vivace fanzine virtuale dedicata alla narrativa italiana. Si tratta di una rivista off-line, vale a dire non una pubblicazione in Rete (infatti non ha un sito), ma di una rivista in formato .pdf che viene spedita via mail. Il lettore può scegliere se visionarla su computer o se stamparla e leggerla in forma cartacea. Oltre ai consueti numeri periodici contenenti racconti e poesie di autori esordienti, “Loopanare” dedica dei brevi numeri monografici agli scrittori contemporanei. L’anno scorso l’ha fatto con uno speciale dedicato all’autore Piersandro Pallavicini. Ora ripete l’esperienza con un numero che mi vede protagonista.
Lo speciale contiene stralci da un’intervista e un capitolo inedito tratto da “Esperimenti di felicità provvisoria”, un capitolo eliminato dalla versione del romanzo andata in stampa, ma presente fino all’ultima revisione del dattiloscritto. Il piccolo monografico ha una grafica assai curata e delle bellissime illustrazioni. Se volete riceverlo (è completamente gratuito), vi basta inviare una mail alla redazione: pumpkins79.loopanare@libero.it
Oltre allo speciale, vi verrà inviato anche l’ultimo numero della rivista.
Da parte mia non posso che ringraziare Simone e l'intera redazione per il lavoro e le splendide immagini.
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venerdì, 22 settembre 2006

LA SINDROME DA SESTO SENSO

Ho notato una caratteristica preoccupante nei racconti che mi vengono inviati in lettura ultimamente. Molti contengono un colpo di scena finale. O meglio, un tentativo di colpo di scena. In letteratura, così come al cinema, è ormai difficile sorprendere il pubblico. Richiede molta abilità saper ribaltare un impianto narrativo concentrando la sorpresa nelle ultime righe e non sono molti gli autori affermati che si azzardano a farlo. Invece mi sembra di dedurre che fra i principianti sia una sorta di nuova mania. Mi rendo conto talvolta che l’intero testo di molti racconti è costruito in funzione della riga conclusiva. Che tuttavia, nella quasi totalità dei casi, è una scemenza. Tipo: si viene a scoprire che era tutto un sogno. O che la voce narrante è in realtà quella di un defunto. O che l’uomo innamorato sta parlando a una donna in tv. L’effetto che suscitano tali rivelazioni a me pare l’opposto a quello che l’autore auspicava: invece che fornire un reale colpo di scena, offre l’impressione di aver preso in giro il lettore. Personalmente lo trovo insopportabile.

Mi chiedo però: da dove prenderà origine questa tendenza? Credo dal cinema e dalla tv. Così a caldo mi vengono in mente pochi esempi di romanzi efficaci basati su un simile ribaltamento (su tutti, credo che l’apice sia “L’amico ritrovato” di Fred Hulman), mentre al cinema ci sono diversi esempi citabili al volo: “Il sesto senso”, “The others”, “Umbreakable”…

Modelli a parte, è l’intenzione che sta dietro questi racconti a lasciarmi perplesso. Mi sembra quasi che denunci una mancanza di fiducia nella narrazione pura, come se raccontare una storia non bastasse più e fosse necessario ogni volta ricorrere a conigli da estrarre dal cappello. Ma questo significa confondere la magia con l’illusionismo.

 

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giovedì, 21 settembre 2006

 LIBRETTO DELLE GIUSTIFICAZIONI

Signora Maestra, l’alunno Matteo B. Bianchi non ha potuto aggiornare il blog in questi giorni perché la tecnologia ha deciso di ribellarsi contro di lui e complottare per impedirgli ogni tentativo. Per fare un esempio, l’alunno l’altra mattina si trovava nel nuovo ufficio della redazione di “Dispenser”, dove non è ancora stato attivato il collegamento alla Rete, quindi non ha potuto accedervi. Nel pomeriggio si è recato presso la sede della redazione di “Very Victoria”, dove per un disguido tecnico è saltato il collegamento Internet per l’intero pomeriggio. Giunto a casa, ha scoperto di avere un guasto al pc. A quel punto lo scolaro è stato tentato di sbattere la testa contro il muro per la disperazione, ma si è trattenuto. Sta inviando questo messaggio da un Internet point di gestione cilena con musica latina in sottofondo. Cerchi di comprendere il suo stato di difficoltà attuale.

Firmato: La mamma

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giovedì, 14 settembre 2006

I GRANDI CLASSICI: LA DIVINA COMMEDIA
E’ uno dei miei dischi dell’anno, senza dubbio è stato “il” disco di quest’estate: “Victory for the comic muse”, l’ultimo album dei Divine Comedy è un vero gioiello. Per chi non li conoscesse, The Divine Comedy sono un falso gruppo, nel senso che dietro questo nome collettivo si nasconde una sola persona, il geniale cantautore irlandese Neil Hannon. Non è semplice spiegare che tipo di musica facciano: si tratta di un pop orchestrale, caratterizzato da testi ironici e da melodie orecchiabili, ma non in senso commerciale. Quasi una contraddizione di termini, i Divine Comedy fanno un pop non destinato alle classifiche. Un po’ per gli strumenti inusuali che utilizzano (viole e violoncelli, oboe e clarinetti), un po’ per i riferimenti colti che seminano nelle liriche (il testo di un loro brano di qualche anno fa, “The booklovers”, era un elenco di scrittori dei generi più diversi, che andava da Vladimir Nabokov a Bret Easton Ellis. E lo stesso nome della band viene, of course, dalla Divina Commedia). All’attivo hanno già una consistente discografia: “Victory for the comic muse” è il loro decimo album ed è uno dei migliori, se non il più riuscito in assoluto. Il primo singolo estratto è stato il divertente “Diva Lady”. Per il nuovo “To die a virgin” (storia di un ragazzino che non vuole morire vergine) Hannon ha lanciato un concorso via internet perché fossero i fan a proporre un video. Su YouTube ce ne sono a decine. Tuttavia il vero capolavoro del disco (forse la più bella canzone mai realizzata dai Divine Comedy) è “A lady of a certain age”, malinconica ballata su un’anziana signora inglese dell’alta borghesia: un testo che è un romanzo e una melodia sulla quale commuoversi. Per me è già un classico. Ben più di Dante.
   
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martedì, 12 settembre 2006

TRACCE DI CIVILTA' SEPOLTE

Dal mio album delle vacanze, un'immagine scattata ai resti del muro di Berlino in Potsdamer Platz. E' proprio il caso di dire: c'è più gusto a essere italiani. 

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mercoledì, 06 settembre 2006

HAI LETTO QUALCOSA DI INTERESSANTE QUEST’ESTATE?
 
Jonathan Ames “Sveglia, sir!” (Baldini Castoldi Dalai)
Ho un’adorazione per Ames, autore assolutamente anomalo e personaggio incredibile, una sorta di cabarettista prestato alla letteratura. Questo suo ultimo romanzo è un vero gioiellino: storia di uno scrittore alcolizzato e ossessionato dal sesso che entra in una colonia per artisti allo scopo di scrivere un libro. In realtà non farà altro che combinare guai, in gran parte risolti grazie all’intervento del fido maggiordomo Jeeves. La genialità di Ames sta nello scrivere una storia di decadenza tutta contemporanea con lo stile elegante e distaccato dell’umorismo classico inglese del secolo scorso, alla Woodehouse. Un mash-up letterario raffinato e irresistibile.
 
Gilles Ascaride “Amori moderni” (Fernandel)
Consiglio caldamente questa raccolta di racconti agli aspiranti scrittori, per la sua originalissima struttura. Questo autore francese infatti (tradotto in Italia per la prima volta) ha scritto una serie di storie brevi in cui ogni protagonista è ossessionato da qualcosa: c’è chi ama i motel, chi ha una passione per gli orologi, chi adora gli album di fotografie, chi ruba la roba degli altri… A ogni racconto corrisponde un “amore moderno”, una passione per gli oggetti che ci circondano nella vita di tutti i giorni. Davvero interessante.
 
Douglas Coupland “JPod” (Bloomsbury)
Il mio scrittore preferito torna con un libro amibiziosissimo e post-post-post-moderno, ambientato nel reparto creativo di una ditta che realizza videogiochi. La rivincita dei geek, sempre che di rivincita si tratti. Vicende surreali di moderna disperazione, con dialoghi di taglientissima ironia fra individui più abituati a stare su Google che a un pranzo di famiglia. La lingua, come sempre, è piena di invenzioni e Coupland fa a gara con se stesso per risultare un passo avanti a chiunque quanto a conoscenza (e parodia) della realtà contemporanea. E per calcare la mano sceglie anche di mettersi come uno dei personaggi più detestabili del libro. L’ho letto in inglese, ma mi dicono che Frassinelli lo pubblicherà in Italia a breve, forse già in autunno. Speriamo. 
 
Peter Cameron “Quella sera dorata” (Adelphi)
Ecco un romanzo che può piacere sia a te che a tua madre. Per motivi diversi. Storia di uno studente di lettere che deve scrivere la tesi su un autore scomparso e poco conosciuto. Per farlo ha bisogno dell’autorizzazione della famiglia. Quando questa gliela nega, decide di andare a chiedergliela di persona. Vola fino in Uruguay per arrivare a sorpresa nel paesino dove vivono l’ex-moglie, l’ex-compagna e il fratello gay dello scrittore. Tre persone assai diffidenti che dovrà cercare di convincere e, in pratica, sedurre. Elegante, raffinato, molto James Ivory. Chissà perché Adelphi gli ha dato questo titolo da Harmony. L’originale era “The city of your final destination”, assai più evocativo.
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domenica, 03 settembre 2006

MOUSE DI BIBLIOTECA
Col passare del tempo mi rendo conto di allontanarmi sempre di più dall’idea standard che di solito tutti (me compreso) hanno della vita di uno scrittore.
Per esempio, uno dei cliché del caso è che lo scrittore passi la sua giornata chiuso in casa a scrivere. Invece io a casa non ci sono mai, neanche quando passo la giornata a scrivere.
La verità è che scrivere a casa mi è davvero difficile. Troppe distrazioni (la musica, internet, la tv, internet, il telefono, internet), troppe pause potenziali (un caffè? mi cucino qualcosa? scendo a prendere la posta?). Meglio spostarsi altrove.
Il semplice fatto di uscire dalle pareti domestiche e recarsi in un qualche luogo per lavorare aiuta a darsi un certo rigore. Se poi ci si trova in posti silenziosi, circondati da gente impegnata a leggere e studiare, la concentrazione viene quasi istantanea. Per questo io lavoro in biblioteca.
“Esperimenti di felicità provvisoria” l’ho scritto quasi intermente nella biblioteca centrale di Milano, la Sormani. Per un paio d’anni mi sono recato quasi tutti i giorni nella sala lettura del primo piano, cercando di arrivare entro le nove e mezza del mattino per poter trovare un posto libero nella sezione dedicata all’uso dei computer portatili. A furia di andarci sempre ho cominciato a conoscere altra gente che, come me, aveva bisogno di posti tranquilli per trovare la concentrazione sufficiente: giornalisti, traduttori, recensori, altri scrittori. Un esercito di distraibili.
Alla Sormani ci ho scritto i servizi di Dispenser, le recensioni di Linus, le sceneggiature dei corti, i post di questo blog, i racconti, il romanzo.
Poi ho cominciato a sperimentare altre biblioteche, anche per il semplice gusto di variare. Il basso prefabbricato della Calvairate (dove sono sempre un po’ guardingo perché lo scrittore Giuseppe Genna mi ha detto che proprio lì gli hanno rubato non uno, ma ben due laptop!), la palazzina d’angolo di Porta Venezia (i cui orari aleatori sono un grande deterrente) o la biblioteca Parco, dall’architettura in cemento assai brutta, però ampiamente compensata dalla splendida posizione, al centro esatto di parco Sempione, tra l’arco e il Castello. Di questa stagione è un piacere andarci. Quando ci vado mi capita d’incontrarci Valerio Millefoglie alle prese col suo nuovo romanzo o Matteo Colombo che traduce il libro nuovo di Augusten Burroughs. Altri due perfetti distraibili come me.
Forse si potrebbe pensare che tra l’idea dello scrittore chiuso in casa e l’idea dello scrittore chiuso in biblioteca non ci sia molta differenza. Invece ce n’è una fondamentale: la gente intorno.
A volte trascorro ore a scrivere circondato da estranei con i quali non parlo. Eppure sono lì accanto, si agitano, aprono cartelle, sfilano fogli, scrivono e cancellano, corrono fuori per rispondere a un cellulare che vibra, mi sussurrano scusa hai una penna da prestarmi?, fanno cadere libri a terra, trattengono risatine, ascoltano l’Ipod col volume ridotto al minimo, sorseggiano caffè. Una simpatica compagine silenziosa che mi fa sentire vivo tra i vivi.
Quando leggo le interviste ad autori che dichiarano di scrivere romanzi chiudendosi in case isolate di montagna per cinque mesi senza vedere nessuno, io penso: ecco, al terzo giorno di quell’isolamento io comincerei a sparare ai cervi dal nervoso.
postato da: matteobblog alle ore 17:34 | link | commenti (9) | commenti (9)
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