Matteo B Blog

Il quaderno dei pensierini di Matteo B. Bianchi
mercoledì, 31 gennaio 2007

PORTARIVISTE – EPISODIO DUE: “ORE PICCOLE”

 

Torniamo finalmente a occuparci del mondo poco conosciuto delle riviste italiane di letteratura. Dopo la prima puntata dedicata al quadrimestrale “Panta” di Bompiani, oggi parliamo di una rivista nata di recente, appena un anno fa: “Ore piccole”, fondata e diretta da Stefano Fugazza e Gabriele Dadati. Per presentarla ai lettori di questo blog, ho fatto alcune domande proprio a Dadati. Ecco cosa mi ha risposto:

Che cos’è “Ore piccole”?

"Ore piccole" è un trimestrale di letteratura e arte che vorrebbe occupare uno spazio preciso: quello che c'è tra le pubblicazioni di fruizione veloce, come ad esempio le terze pagine dei quotidiani, e le pubblicazioni specialistiche, che si rivolgono al solo pubblico degli studiosi. "Ore piccole" vorrebbe essere leggibile ma al contempo seria, e sopratutto senza mai nessun tipo di connivenza o pressione. Se ci devono essere degli errori, vogliamo farli tutti con la nostra testa.

La rivista nasce dalla collaborazione fra te e Stefano Fugazza, direttore del Museo di arte moderna "Ricci Oddi” di Piacenza. Non è strano che una rivista di letteratura nasca all’interno di un museo d’arte?

Sia la formazione di Stefano sia la mia sono un po' borderline tra le due discipline, cerchiamo di leggere e conoscere più contenuti possibili in entrambe le direzioni e spero che questo possa funzionare. Mi sono accorto che è sempre così: chi si interessa a un disciplina artistica si interessa quasi sempre anche alle altre. Non c'è lettore che non ascolti anche musica, che non vada anche al cinema, che non veda anche mostre e così via, con reversibilità tra i campi. E in fondo poi un museo è un posto dove si conserva e si intensifica la memoria, e anche "Ore piccole" vuole fare questo.

I contenuti di “Ore piccole” sono molto vari: racconti, poesie, interviste, critica letteraria. Come scegliete questi interventi?

Ogni volta è diverso, ma perlopiù discutiamo cercando di mettere in comune quello che ha colpito ognuno di noi tra le cose in cui siamo incappati. Ci fidiamo abbastanza e quando uno dice "questa cosa è importante" di solito l'altro non ha niente da obbiettare.

Oltre alla rivista, il progetto di “Ore piccole” prevede altri sviluppi? Che so, la pubblicazione di libri, l’organizzazione di convegni?

Viene sempre voglia di fare altre cose. Abbiamo un po' di idee, ma è difficile dire cosa succederà perché purtroppo ogni cosa che si fa si porta dietro una coda incredibile di faccende economiche e burocratiche da non sottovalutare (oltre a far fuori il poco tempo libero che ancora rimane). Ma so che prima o poi qualcosa di nuovo lo butteremo fuori: anche se non so bene cosa, per adesso!

“Ore piccole” costa 5 euro, si trova nelle librerie e in abbonamento. Per saperne di più, visitate il sito www.orepiccole.org

 

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lunedì, 29 gennaio 2007

 

UNA DOMANDA CIVILE

La chiesa, il consiglio dei vescovi e il papa non passano settimana, se non giorno, senza intervenire sulla questione dei Pacs e del riconoscimento dei diritti civili alle coppie di fatto, ribadendo ogni volta il loro rifiuto e adducendo la razzista e insensata motivazione che estendere questi diritti ai conviventi significherebbe toglierli all’istituto della famiglia (il che è palesemente fasullo). Personalmente trovo questa intrusione nella vita di uno stato laico intollerabile, ma io sono gay e la mia posizione potrebbe essere a buon diritto considerata “di parte”. Allora mi chiedo, seriamente: gli altri, i comuni cittadini eterosessuali, magari ufficialmente sposati, coloro insomma che in teoria non sono direttamente coinvolti da simili problematiche, non ne sono anche loro nauseati? Perché a me sembra, davvero, che non se ne possa più. Indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, dal proprio stato civile e dal proprio credo politico.  

 

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domenica, 28 gennaio 2007

SPECIALE “VOI SIETE QUI”

 

In questi giorni si sta facendo un gran parlare della nuova antologia appena pubblicata da minimum fax e intitolata “Voi siete qui”. Curata da Mario Desiati, è la raccolta di sedici racconti di altrettanti esordienti tratti da alcune riviste di letteratura italiana. Mi fa molto piacere annunciare che ben due dei testi che appaiono nel volume mi vedono coinvolto come curatore: il primo è un racconto di Duccio Battistrada che avevo pubblicato nella rubrica “Laboratorio Esordienti” sul mensile “Linus”, il secondo è il racconto di Francesca Ramos tratto dall’ultimo numero di ‘tina. Nell'introduzione all'antologia Desiati spende anche parole lusinghiere nei confronti della mia rivistina, definendo il sito di 'tina un "precursore dell'attuale lungo catalogo dei siti letterari". (Grazie mille).

Il libro costa 12.50 ed è in libreria da questa settimana. Intanto, se volete farvene un’idea, vi segnalo alcuni dei testi tratti dal libro e leggibili anche on-line.

Qui trovate la scheda del volume.

Qui il racconto di Duccio Battistrada.

Qui il racconto di Francesca Ramos.

Qui un ottimo racconto sul suicidio immaginario di Paris Hilton.

Qui un racconto visionario sull’omicidio di Gianni Versace.

Qui il bel racconto “Quindici forbici” che apre l’antologia.

Tenete presente che i testi sono stati rivisti per la pubblicazione sul libro e le versioni su Internet possono essere differenti.

Buona lettura.

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mercoledì, 24 gennaio 2007

LE FORBICI IN TASCA

 

Ieri ho ricevuto da Mondadori il nuovo libro di Augusten Burroughs, “Cunnilingusville”, e oggi l’ho praticamente divorato. Intendiamoci, non è che sia stato a casa piacevolmente a leggere. Al contrario, ho avuto una giornata frenetica: mi sono alzato presto per andare alla biblioteca Sormani, ho scritto due articoli per “Dispenser”, poi avevo un appuntamento in un ufficio per sbrigare una questione burocratica, quindi sono passato da casa a mangiare qualcosa, dopo sono andato in Baldini Castoldi Dalai per un paio di incontri di lavoro e prima di rientrare sono andato in due negozi di elettronica per cercare un articolo che comunque non ho trovato. Insomma, non mi sono fermato un attimo, ed è questa la cosa sorprendente: che abbia letto quasi un libro intero solo negli spostamenti in tram. Chi segue da tempo questo blog mi ha già sentito parlare di Burroughs: ho molto amato il suo primo romanzo “Correndo con le forbici in mano” e ho assolutamente adorato il suo secondo, “Dry”, di cui ho anche avuto la fortuna di poter scrivere l’introduzione per l’edizione italiana. Entrambi i libri sono editi da una piccola ma ottima casa editrice (la Alet di Padova) e se accettate un consiglio andate a comprarli ADESSO.

Date queste premesse, è facile intuire l’entusiasmo con cui stamattina mi sia immerso nella lettura di questo nuovo libro. E’ una raccolta di racconti e “Cunnilingusville” è furbescamente preso dal titolo di uno dei testi contenuti, mentre in originale la raccolta aveva un nome più sobrio, “Magical thinking: true stories” (Pensiero magico – storie vere). E di questo si tratta: l’autore ci racconta alcune esperienze di vita vissuta. Tutte comiche. Lo stile è scorrevole più dell’acqua minerale, le storie scivolano via in un soffio e si sorride molto nel corso della lettura. Ma è tutto così deludente.

Superata la metà del volume ho cominciato a chiedermi cosa fosse quel fastidio che sentivo, come spiegare il senso di disillusione per una lettura che stava procedendo a ritmo così serrato e piacevole. Cosa c’era che non andava, dunque?

Ci ho riflettuto per un po’, poi ho capito: Burroughs non è portato per la comicità, ma per la tragedia. “Correndo con le forbici in mano” è la storia, agghiacciante, assurda e autobiografica, di un’infanzia trascorsa prima con una madre pazza poi nella famiglia altrettanto folle del suo stesso psichiatra. “Dry” è il resoconto del processo di disintossicazione da alcol a cui l’autore ha dovuto sottoporsi. Due temi dolorosi, che Burroughs ha però saputo trattare con il filtro dell’ironia, trasformando le sue disavventure in eventi tragicomici, in grado tanto di commuovere quanto di far sorridere il lettore.

In questi nuovi racconti invece l’aspetto doloroso è scomparso, lasciando il posto alla semplice acidità. Certo, leggere che lui da piccolo si credeva un figlio dei Vanderbilt rapito alla nascita o di quando si è fatto fare un pompino in una ditta di pompe funebri fa sorridere. Tuttavia (e questo è il problema) fa sorridere E BASTA. Dov’è quell’angoscia per la vita che traspariva dietro le battute di “Dry”? Dov’è il disperato bisogno d’amore del tredicenne che accettava di avere una relazione con un uomo di quasi quindici anni più di lui in “Correndo con le forbici in mano”?

Questo “Cunnilingusville” avrebbe potuto scriverlo un autore di “Sex and the city” o “Disperate housewives”. E’ il classico libro divertente e carino che piacerà a un sacco di gente. Sulla copertina appare uno strillo dal “Washington Post” che dichiara: “Spaventoso, perverso, toccante, vendicativo e divertentissimo”. Aggettivi random, che dicono (appunto) tutto o niente, che dicono (appunto) “Disperate housewives”.

Augusten ha rimesso le forbici in tasca, ha chiuso le porte dei suoi inferni personali e non ci conduce più sui terreni della disperazione, ma sui più rodati percorsi del camp addomesticato.

Non voglio condannarlo, lo attendo fiducioso con nuove prove. Questa però mi ha lasciato il sapore di plastica in bocca.

 

 

 

 

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mercoledì, 24 gennaio 2007

LAVORI IN CORSO

 

Ultimamente gli aggiornamenti di questo blog non sono tanto frequenti. Vado a periodi, e questo è un periodo in cui sto lavorando su altre cose. L’ultimo numero di ‘tina mi ha galvanizzato e sto già preparando (in contemporanea) le nuove uscite del 2007: nel cassetto ci sono un numero di narrativa tutto al femminile e un numero speciale sotto forma (inusuale) di dizionario. Sono già a buon punto con entrambi, quindi covo la speranza di poterli mettere on line in tempi rapidi nei prossimi mesi. Intanto ho cominciato una collaborazione con “Fernandel”, rivista di cui mi occuperò nei prossimi giorni. Infine, qualche settimana fa, sono stato anche coinvolto in un progetto assai interessante: il gruppo genovese “Numero 6” (che ammiro molto e di cui consiglio vivamente l’ascolto dell’album "Dovessi mai svegliarmi") mi ha chiesto di scrivere il testo per un brano del loro prossimo disco, che stanno incidendo in questi giorni. Il cd, oltre alla canzone scritta da me, ne conterrà anche una firmata da Enrico Brizzi. Se ancora non conoscete i Numero 6 potete scaricare gratuitamente dal loro sito l'ultimo, bellissimo singolo "Automatici", cliccando qui. Questo comunque non vuol dire che mi stia dimenticando del blog: sto infatti preparando anche le nuove puntate per le rubriche “VivaVoce” e “Portariviste”. Perdonate la lentezza, ma sono in fase multitasking.

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sabato, 20 gennaio 2007

SHE'S ROBBIE

Robbie Williams in versione drag-queen filosofica si confessa in un'intervista, poi in abiti maschili canta in un locale di travestiti: è il nuovo video di "She's Madonna", il singolo scritto e prodotto dai Pet Shop Boys. Devo aggiungere altro? Lo trovate qui.

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venerdì, 19 gennaio 2007

JARVISMI LIVE

Ieri sera ai Magazzini Generali di Milano c'è stato il concerto di Jarvis Cocker. Ha eseguito per intero il nuovo album, che dal vivo ha un piglio ancora più convincente che su disco, mentre (com'era prevedibile)  non ha concesso neanche un assaggio di era Pulp. In compenso ha chiuso con una bellissima cover di "Satellite of love" di Lou Reed. Molto figo, davvero. E il 25 marzo ci sono i Ladytron al Transilviania, alè!

 

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giovedì, 18 gennaio 2007

L’INVASIONE DEGLI ULTRALIBRI 2 (THE SEQUEL)

 

Torno a parlare dei libri che mi invadono casa, un problema che vedo appassiona e accomuna. Prima di tutto devo ringraziare tutti coloro che hanno proposto soluzioni pratiche. Apprezzo lo sforzo, ma ahimé le ho già sperimentate tutte: i libri sotto il letto (li ho messi anche lì), le mensole (i miei muri non le reggono), rivenderli (ma finisce che porto nei negozi due scatoloni di roba, me ne ridanno la metà e ci guadagno a malapena 15 euro: è deprimente). Di mio ho aggiunto: lasciarli in  temporaneo  affido nei solai degli amici e vicini, nella speranza remotissima di poterli risistemare in un appartamento più spazioso.

Come ho già detto, io ho la necessità di conservare molti volumi, perché fanno parte del mio lavoro. Il problema semmai riguarda gli altri volumi, quelli che non mi sono necessari. La verità è che non sono fisicamente capace di buttare via un libro. Uno che sia uno. L’anno scorso ho gettato nel riciclo carta un volume che mi era stato inviato per sbaglio (un saggio di business tipo: “Tecniche di conduzione manageriale volume uno”): anche se era un tomo inutile ho avuto i sensi di colpa per giorni.

E’ che per me i libri sono sacri come un per un prete le ostie in tabernacolo.  

Col tempo ho sviluppato una serie di tecniche di smaltimento: l’anno scorso al corso di scrittura che tenevo al mio paese d’origine per arzille signore della terza età arrivavo con borse di libri da regalare e loro si avventavano felici su roba a volte azzardatissima per la loro età e formazione.

Periodicamente ne lascio un paio di scatoloni alla mia biblioteca.

L’estate scorsa avevo anche avuto l’idea di creare un circolo di lettura liberamente aperto a chi avesse voluto partecipare: il mio progetto era creare una specie di comitato di lettura per ‘tina, facendo leggere e commentare ai partecipanti tutti i testi che mi venivano inviati via mail. In cambio avrei regalato i libri in eccesso della mia strabordante casina.

Ma poi ci ho rinunciato sul nascere. Primo perché non avrei saputo dove tenere questi incontri. Secondo perché non avrei mai avuto il tempo materiale di seguire un appuntamento costante.

E il problema dunque continua a sussistere.

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domenica, 14 gennaio 2007

COMINCIAMO BENE

Venerdì 5 gennaio sono andato a Madrid per assistere a un evento irresistibile: il concerto dei Fangoria seguito da quello dei Pet Shop Boys.

Si trattava in realtà di un piccolo festival (il CEED Winter Festival) che si svolgeva nel palazzetto dello sport e consisteva di quattro esibizioni. L’apertura è stata affidata a una trascurabile performance del gruppo spagnolo Pastora, che definire triste è poco. Tra le altre cose i Pastora stanno per essere lanciati anche in Italia: è uscito da poche settimane il primo singolo in italiano, “Basterebbe una volta”, cantato in coppia con Morgan. Qualcuno dovrebbe spiegarmi come un discografico possa pensare di portare i Pastora da noi ma non Fangoria. Cecità pura.

Per fortuna l’atmosfera ha preso a riscaldarsi con l’arrivo dei Los Nancys Rubias, gruppo di glam-trash capitanato dal marito di Alaska. Marito assai adatto, visto che i Rubias sembrano tre travestiti che si dimenano in playback urlando cose come “Maquillage! Maquillage!”. Molto divertente e di grande presenza scenica.

A quel punto, in una scenografia interamente bianca, sono saliti i Fangoria e tra il pubblico è scoppiato il delirio. Il loro nuovo album “El estraño viaje” è al primo posto nelle vendite e quindi stanno vivendo un momento di grande popolarità in Spagna. Alaska sul palco sembra una Milva in acido esplosa dentro i propri abiti: capelli arancioni, vestito aderente che trasuda ciccia, seno e labbra gonfiatissime. Appunto, come se Milva invece di aver incontrato Strehler sulla propria strada avesse incontrato Almodovar. L’intera band era in bianco, per richiamare la copertina dell’album: Nacho Canut alle tastiere, un bassista, un chitarrista e ai cori il solito orsetto sexy Spunky (quando è stato inquadrato sul megaschermo la prima volta c’è stato un boato in sala). Ad accompagnare Alaska nelle coreografie due altissime trans: tali “Miss Andy” e “Miss Topazio”, con tanto di fascia sul seno. Baracconismo a livello professionale. L’esibizione è stata fantastica: Alaska era in gran forma e visibilmente emozionata, sia per l’eccezionale presenza di pubblico (l’evento ha registrato il tutto esaurito), sia per l’idea di condividere il palco coi Pet Shop Boys, come ha ammesso lei stessa. E ha persino cantato! Gli amici che l’avevano già vista esibirsi dicevano che era tremenda dal vivo. Invece stavolta ha tirato fuori sia grinta che voce. Hanno aperto con “Fantasmas”, primo brano dell’ultimo album, e poi hanno alternato canzoni nuove e grandi successi, come “Retorcendo palabras” e “No sé qué me das”.

Una ragazza dietro di me, completamente invasata, ha cantato per tutto il concerto in religioso sincrono e con voce stonatissima. Alaska l’avrebbe adorata: era una con parrucca argento che si dimenava in totale autismo. In chiusura, i Fangoria sono stati raggiunti dai Los Nancys Rubias e hanno eseguito insieme “El rey del glam”, canzone storica dei Dinarama. Al momento di salutare il pubblico, Alaska ha annunciato che anche lei sarebbe rimasta a vedersi i PSB.

Il duo inglese di maggiore successo della storia è salito sul palco alle dieci e mezza e sin dall’inizio ha fatto capire che lo stile dello show sarebbe stato essenziale ma curatissimo. Al centro della scena un enorme parallelepipedo bianco illuminato mostrava la silhouette  di due figure: un uomo in classico completo inglese con bombetta e un b-boy col cappellino.  Da una fessura sono usciti due coristi, poi due ballerini, poi altri due, e ogni coppia era vestita come i due profili. Infine sono apparsi anche i Pet Shop Boys con la stessa coppia di abiti. Quando si dice la classe.

Il concerto è stato in pratica un greatest hits dal vivo: hanno esordito con “Left to my own devices” e hanno proseguito infilando un singolo dopo l’altro per l’estasi dei presenti. Gli unici brani tratti da album sono stati “Integral” e, del tutto inaspettatamente, “Shopping”, brano vecchio di vent’anni che scommetto hanno riesumato per puro gusto dell’analogia. Infatti l’hanno eseguito subito dopo “Minimal” e in entrambi i casi il ritornello è composto dallo spelling del titolo (vi conosco mascherine).

Neil ha cantato con perfezione discografica e la scenografia così semplice ma efficace ha permesso soluzioni davvero suggestive, come nel caso di “Rent”, che ha interpretato seduto su una sedia dietro uno schermo bianco, mostrando al pubblico solo la sua ombra.

L’unico assolo di Chris Lowe è stato il momento centrale di “Paninaro” (versione ‘95), accompagnato dal coro dell’intero palazzetto (avranno idea gli spagnoli di cosa fossero i paninari?).

I PSB si sono anche divertiti a creare qualche mash-up fra i pezzi, come l’inizio di “Se a vida è” che si è trasformato in “Domino dancing”, “So hard” che si è mischiata a “Where the streets have no name”.

E per concludere in ebbrezza, i due bis finali sono stati “It’s a sin” e “Go west”. A quel punto non uno dei presenti nell’intero palazzetto era ancora seduto: stavano tutti ballando e cantando in coro. Un ragazzo due posti dopo il mio piangeva. Così, tanto per dire l’atmosfera.

Dopo che i Pet Shop Boys, i musicisti e i ballerini hanno abbandonato il palco, sono rimasti in scena i due coristi e l’immancabile Sylvia Mason-James che hanno proseguito sulla base strumentale di “Go west” a citare altri brani non eseguiti nella serata: piccoli accenni a “Psychological” o “I’m with stupid”, quasi a ricordare quanto altro fosse rimasto fuori.

La chicca finale di uno show che non posso che definire fenomenale.   

Il 2007 è appena cominciato e già ho visto il concerto dell’anno.

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giovedì, 04 gennaio 2007

L'INVASIONE DEGLI ULTRALIBRI

Il mio ragazzo ogni tanto è imbarazzato dalla casa in cui viviamo. In effetti è piuttosto piccola per le nostre esigenze. Da sei anni conviviamo in un bilocale [con cucina e (mezzo) bagno] che sta letteralmente straripando di roba. La definizione che meglio si presta a descrivere il nostro appartamento è: “una casa da studenti”. Ha le dimensioni, l’iconografia pop alle pareti e il disordine tipico di un’abitazione da universitari, non certo di due quarantenni. Segretamente io un po’ godo di questo. Quando vado a trovare conoscenti in case ordinatissime, spaziose e perfettamente borghesi, mi rincuoro pensando che al ritorno ci aspetta il nostro buco caotico e creativo. Ma per il mio fidanzato è piuttosto magra come consolazione. Ne fa una questione di ospitalità: finché siamo solo noi due, anche a lui piace casa nostra. Quando però arriva un amico in visita per qualche giorno, si preoccupa del caos in cui lo accogliamo.

L’origine del problema, comunque, è solo mia. E il problema sono i libri. Ne abbiamo ovunque: nello scaffale in cucina, nelle due librerie in soggiorno (e in doppia fila), nella libreria in camera da letto. E ancora: nel carrello della spesa che facciamo circolare tra una stanza e l’altra, nel ripiano sopra l’ingresso del bagno, sul tavolo da pranzo, sulle sedie, impilati per terra. Il fatto è che recensendo libri per “Linus” e per “Dispenser” ne ricevo in continuazione. La media è di due o tre a settimana, ma ci sono momenti in cui si arriva a due o tre al giorno. Come se non bastasse, io ne compro altri. Almeno una volta al mese piazzo un’ordinazione alla mia libreria virtuale preferita, l’Atomic Books di Baltimora, negli USA. Rachel, l’addetta alle vendite on line ormai conosce i miei gusti e tiene via per me certe riviste senza neppure che gliele chieda. Una volta mi ha scritto chiedendomi una fotografia da appendere in negozio. Quando le ho chiesto come mai mi ha risposto: “Perché sei il nostro migliore cliente”. Ma mi capita anche di comprare da Amazon (.com o co.uk, a seconda delle edizioni) e da piccole case editrici con vendita diretta.

Un esercito di volumi contro i quali la guerra dello spazio è persa in partenza.

Non ci posso fare niente: i libri sono la mia mania, ma anche il mio lavoro.

In teoria staremmo cercando una casa nuova, ma in un anno ne abbiamo viste solo cinque. Di questo passo troveremo un altro appartamento nel 2028. Intanto l’esercito si ingrossa e il mio povero Don Chisciotte ha quasi smesso di lottare.

Cominciavo a sentirmi in colpa per questa invasione dei volumi, finché mi sono imbattuto nell’introduzione al nuovo volume dell’antologia “Best American non-required fiction 2006”. La firma Matt Groening, il celebre inventore dei “Simpson” e di “Futurama”. A quanto pare Groening è messo molto peggio di me. Nel pezzo parla di tutti i libri che gli invadono la casa, dal salotto alla camera da letto, fino al bagno (io a questo non sono ancora arrivato). Addirittura confessa che per scrivere quella stessa introduzione si è dovuto ritagliare uno spazio sul tavolo della cucina spostando i volumi, le riviste, le sceneggiature e gli storyboard che la invadevano. E suppongo che Groening abbia una casa decisamente più ampia della mia: sarà come minimo un villone a Los Angeles. Fatti i debiti confronti, io sono uno che riesce ancora a contenersi: che sollievo.

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