Matteo B Blog

Il quaderno dei pensierini di Matteo B. Bianchi
martedì, 27 febbraio 2007

WE LOVE YOKO. O NO

 

Il disco che ascolto più spesso ultimamente è “Friendly fire” di Sean Lennon. Mi piace moltissimo per via di quel suo tono melodico e struggente. Qualche tempo fa Sean è stato a Milano in concerto, ma me lo sono perso. Peccato. Però ammetto che se anche potessi avere qui di fronte Sean in questo momento gli farei grandi complimenti per l’album, ma poi non riuscirei a trattenermi dal confessare che solo stare in sua presenza mi crea in soggezione. Sarei costretto ad ammetterlo: “Vedi, Sean, il fatto è che per me uno dei tuoi genitori è una vera leggenda. E non mi riferisco a tuo padre”.

 

Credo che sia stato il mio amico Marco a stimolare per primo il mio interesse nei confronti di Yoko Ono. Marco è il Marco di cui parlo in “Generations”. Quando si è trasferito a vivere a New York mi scriveva lettere in cui raccontava di aggirarsi per la metropoli con un walkman e le canzoni della Ono nelle orecchie. Una scelta che trovavo assai alternativa e decisamente avant-garde. Aveva ragione, però: Yoko è molto New York. 

E poi questo fatto che tutto il mondo odiasse la vedova Lennon cominciava a suscitarmi il sentimento opposto. Perché tanto astio nei confronti di una persona? I motivi a me parevano anche puramente razzisti: una donna giapponese più vecchia di John, brutta, artista d’avanguardia e senza alcun tentativo di accattivarsi i fan. Fosse stata la solita modella giovane, bionda, figa e gatta morta, non l’avrebbe odiata nessuno. Anzi, l’avrebbero consolata.

Allora, per puro spirito di contraddizione (e anche un po’ per fiducia nei gusti di Marco), ho cominciato a interessarmi a lei, soprattutto al suo lavoro di artista (perché questo è un altro comune errore che si compie nei suoi confronti: considerarla una “cantante”). Ho letto articoli, interviste, biografie.

E quando due anni fa i Pet Shop Boys hanno remixato la sua “Walking on tin ice”, portandola al numero uno della classifica dance di Billboard in America, il cerchio si è chiuso in un perfetto disegno divino.

Ora sono un grandissimo fan di Yoko.

In virtù di questa ammirazione, sabato pomeriggio io e Piergiorgio Pardo (il cantante degli Egokid, altro acceso fan), siamo partiti alla volta di Bergamo per visitare una sua installazione sul tema della pace.

Appena avevo saputo dell’esistenza di questa mostra ero andato in tilt: accostare i concetti “Bergamo Alta” e “Yoko Ono” mi ha fatto momentaneamente scoppiare il cervello. Superato l’empasse geografico/culturale però ho chiamato Pier e ho organizzato la gita d’istruzione.

 

L’esposizione conteneva tre installazioni (very minimal).

La prima si intitolava “We’re all waters” e consisteva in una lunga serie di bottiglie trasparenti contenenti acqua, sulle quali erano apposte etichette adesive coi nomi di vari personaggi (Sigmund Freud, Napoleone, Missy Elliot, Kurt Cobain…). Alcune erano prive di etichetta, per simbolizzare il resto dell’umanità o per invitare il pubblico ad apporre il proprio nome.

La seconda era intitolata “Pieces of sky” ed era un’urna funeraria all’interno della quale c’erano i pezzi di un puzzle che raffigurava il cielo. Al visitatore era chiesto di prendere un pezzo e portarlo con sé (cosa che ho ovviamente fatto).

La terza era intitolata “Mother Earth” ed era un sobrio parallelepipedo bianco, sul quale erano posati tre mucchi di terra provenienti da tre diversi cimiteri, uno cristiano, uno mussulmano e uno ebraico. Sotto, un invito: “Chiama tua madre e chiedile come sta”.

Io e Pier non ce lo siamo fatti ripetere due volte: abbiamo estratto il cellulare e telefonato a casa. Quando mia madre ha risposto e le ho detto che la stavo chiamando a nome di Yoko Ono mi ha chiesto se fossi impazzito. Ma dopo averle spiegato la questione ha molto apprezzato: ora che si è guadagnata una telefonata imprevista da suo figlio considera Yoko Ono una gran brava persona.

 

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domenica, 25 febbraio 2007

CORRENDO AL CINEMA CON LE FORBICI IN MANO

 

Martedì sera, 27 febbraio, alle ore 21 la casa editrice Alet organizza a Padova la proiezione dell’anteprima italiana del film “Correndo con le forbici in mano” di Ryan Murphy, tratto dall’omonimo romanzo di Augusten Burroughs. Mi hanno chiesto di introdurre la serata e lo faccio con piacere, considerando quanto ho amato il libro. Anzi, sono davvero curioso di vedere se la trasposizione cinematografica è riuscita a rendere in maniera efficace il mix tra comicità e tragedia del romanzo.

La proiezione è al cinema Porto Astra, in via Santa Maria 20.

Per l’occasione la casa editrice propone anche una divertente iniziativa: popcorn e libro a 7 euro.

Se siete fan di Burroughs e abitate in zona, ci vediamo martedì sera.

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mercoledì, 21 febbraio 2007

NOTTI MILANESI

 

In questi giorni ho ripensato a una delle maggiori gioie personali dell’anno scorso, ossia l’occasione di conoscere e frequentare per alcuni giorni uno dei miei scrittori preferiti, Jonathan Ames, l’autore di romanzi come “Notti newyorchesi” (I pass like night), “Io e Henry” (The extra man) e “Sveglia, Sir!”. E’ stata un gran bella esperienza e ho ritenuto che fosse il caso di condividerla.

 

Jonathan è venuto in Italia a maggio 2006 per presentare l’edizione italiana di “Sveglia, Sir!” e io avevo il piacevole compito di introdurre il suo incontro col pubblico.

La sera del suo arrivo a Milano sono andato a cena con l’ufficio stampa di Baldini per conoscerlo. Di persona si è rivelato ancora più bizzarro di quanto fotografie e interviste televisive facessero supporre. A tavola eravamo seduti accanto e all’inizio ero piuttosto intimidito dal suo aspetto e dalla sua fama di eccentrico. Poi casualmente abbiamo scoperto che entrambi avevamo cominciato in quel periodo a scrivere per la tv e di colpo la conversazione fra noi si è accesa, confrontando esperienze e sensazioni. Quella sera ero ospite in uno spettacolo teatrale del Teatro Franco Parenti e ho dovuto abbandonare la cena a metà, seriamente dispiaciuto.

Il giorno successivo c’è stata la presentazione del romanzo in una galleria d’arte in Porta Genova. A introdurre l’incontro, oltre a me, c’era il direttore di “Men’s health”. La scelta del direttore di una rivista di fitness non era peregrina: accanto a quella di scrittore, Jonathan infatti vanta una breve attività parallela come pugile. Dopo la nostra prolusione, Ames ha incantato il pubblico coi suoi racconti surreali e soprattutto con una improvvisata performance nella quale ha emesso per tre volte l’hairy call (sorta di urlo preistorico inventato da bambino da lui stesso e perfezionato nel tempo, famoso soprattutto per essere stato eseguito in diretta televisiva nazionale al celeberrimo “Late night show” di David Letterman negli USA).

Purtroppo non ho potuto fermarmi a lungo neppure in quella occasione, sempre per via dell’impegno a teatro. Prima di andarmene però ho scoperto che la sera successiva sarebbe stato ancora in città e senza alcun appuntamento. Gli ho chiesto se volesse uscire con me e lui mi è parso felice della proposta, anzi quasi entusiasta. Credo che sia scattata una sorta di mutua comprensione tra scrittori: quando sei in una città sconosciuta a presentare un libro è sempre entusiasmante, però quando l’incontro è terminato finisce che rimani da solo in albergo senza sapere bene cosa fare. Durante la giornata puoi dedicarti al turismo, ma la sera sei un po’ perduto.

Ho esteso l’invito al mio amico Matteo Colombo. Mi sembrava una compagnia adatta, in quanto traduttore di narrativa americana, e infatti ha detto subito di sì.

Abbiamo portato Jonathan in un ristorante toscano. Ha dimostrato di apprezzare molto la cucina, ma non ho toccato una goccia di vino, fedele ai suoi propositi di stare lontano dai guai che di solito gli procura l’alcol.

E’ stata una cena assai piacevole e dai toni inaspettatamente intimi, trascorsa a raccontarci storie familiari e vicende letterarie. Giunti al caffè Jonathan mi ha chiesto quali fossero i programmi per la serata. Io gli ho prospettato due alternative: un tranquillo giro per locali milanesi o una più avventurosa visita alle zone oscure della città. Prevedibilmente ha scelto la seconda opzione (“I choose the dark side!”).

Ero stato spavaldo nella proposta, ma ora ero in crisi. A dir la verità non mi era del tutto chiara la sessualità di Ames, almeno a giudicare dai suoi libri. Allora avevo letto i tre romanzi, ma non ancora la sua raccolta di saggi “What’s not to love?”, nella quale (avrei scoperto solo il mese successivo) l’argomento della sua esuberanza erotica era illustrato nei dettagli. Sulla base delle opere narrative invece gli elementi a mia disposizione erano: avventure omosessuali (“I pass like night”), attrazione per i transessuali (“The extra man”) e regolari, appassionate storie eterosessuali (“Wake up, Sir!”). Inoltre aveva trascorso l’intera serata a raccontare del figlio ventenne e del suo ruolo di genitore, particolare che complicava ancora di più il quadro. Tuttavia, poiché l’elemento della transessualità era parzialmente presente anche nell’ultimo libro e sapendo che aveva curato un’intera antologia sul tema, ho pensato di buttarmi su questo terreno.

Gli ho raccontato della “Nuova idea”, la discoteca più trash e surreale in cui abbia messo piede, nelle cui due sale (una disco e una liscio) si incontra una folla variegata che include anziane coppie eterosessuali di ballerini, gay tamarri di provincia, travestiti approssimativi e prosperosi transessuali, che alla chiusura del locale vanno a battere direttamente nella via accanto. Johnatan non ha avuto un attimo di esitazione: voleva andarci subito. Noi gli abbiamo fatto presente che era venerdì sera e che probabilmente il posto sarebbe stato mezzo vuoto (è il sabato la serata del pienone), ma non se ne è preoccupato.

Quando siamo arrivati i nostri timori sulla scarsità di pubblico sono stati purtroppo confermati. Sulla pista del liscio si agitavano indefessi pochi ballerini, ancora meno in quella della discodance, ma lui non sembrava affatto deluso, anzi. Ci siamo posizionati su un divanetto al lato della pista da ballo e abbiamo assistito alle scatenate evoluzioni delle coppie in pista, accompagnate da basi musicali da fiera paesana. Io e Matteo sottolineavamo la natura felliniana del posto, col suo arredamento anni ’70 e il cast meravigliosamente imprevedibile degli avventori e Jonathan ne sembrava deliziato. Ad affascinarlo erano soprattutto gli abbinamenti impossibili: il vecchietto che chiedeva  alla trans di unirsi a lui per una mazurca, il travestito e la signora col golf a perline che volteggiavano avvinghiati. Osservava tutto in silenzio, quasi volesse imprimerselo in memoria in ogni particolare. Tornati in albergo ci ha ringraziato più volte, affermando che era il posto perfetto dove avrebbe voluto trascorrere una serata. Prima di salutarlo lo abbiamo invitato a una festa che ci sarebbe stata la sera dopo a casa di Matteo. Jonathan però sarebbe andato a Venezia per una breve visita e dubitava di riuscire a raggiungerci.

La sera dopo, a sorpresa, invece è arrivato anche lui. Si è fermato giusto una mezz’oretta, più che altro per salutare me e Matteo un’ultima volta, per conoscere il mio ragazzo e per lo scambio gli indirizzi. Poi, sulle scale, mentre aspettava l’ascensore, con aria divertita, mi ha chiesto: “Secondo te, se fermo un taxi e gli dico il nome della discoteca di ieri sera mi ci porta, anche se non ricordo l’indirizzo preciso?”. “Probabilmente sì”, gli ho risposto, “ma se vuoi ti scrivo la via su un foglio”. Jonathan ha alzato una mano, come a dire di lasciare perdere. Voleva affidare la questione al caso. Poi è entrato in ascensore sorridendo ed è scivolato via. Due giorni dopo lo aspettava a New York la ripresa filmata di uno spettacolo in coppia con Moby per un canale satellitare e (forse) un dvd. Mentre l’ascensore scendeva ho sperato che il tassista conoscesse bene l’ubicazione della “Nuova idea” e che Jonathan potesse vivere in pieno l’esperienza che la sera prima aveva solo pallidamente promesso. Ma in verità ciò che auspicavo maggiormente è che il locale e il suo delirante cast potessero finire dentro uno dei suoi saggi.

Già pregustavo quanto mi sarebbe piaciuto leggerlo.  

 

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giovedì, 15 febbraio 2007

IL GIOCO DELLE PARTI

 

Una delle domande più frequenti che mi viene posta dai lettori è se mai verrà tratto un film dai miei romanzi. Mi è difficile rispondere perché nel corso degli anni ci sono state diverse proposte, ma nessuna si è poi concretizzata. Io continuo a provarci e a incrociare le dita. Intanto mi piacerebbe proporvi un gioco: se dovesse essere realizzato un film da “Esperimenti di felicità provvisoria”, quali attori italiani vedreste nella parte di Elvis, Mao, Valentina e Marco? E anche, azzardiamo, in quella di Autentikaa? Io qualche idea me la sono fatta, ma vorrei sentire le vostre. 

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venerdì, 09 febbraio 2007

VIVAVOCE EPISODIO QUATTRO - OFFLAGA DISCO PAX

 

Gli Offlaga Disco Pax sono una delle realtà musicali italiane più interessanti e atipiche degli ultimi anni. Provenienti da Reggio Emilia, autori di un solo album (“Socialismo tascabile”), propongono una formula musicale inedita, nella quale il frontman (Max Collini) recita i propri testi sulla base dei musicisti Enrico Fontanelli e Daniele Carretti.

Non è difficile riscontrare nella proposta degli Offlaga una fortissima influenza degli anni’80, a più livelli: da quello musicale (Cocteau Twins e 4AD), a quello mediatico (l’uso delle fanzine e della grafica di stile punk), a quello culturale (i riferimenti citati nel testo e nelle immagini del video di “Robespierre”).

Il disco (meritatamente) ha vinto nel 2005 tutti i premi possibili della critica in Italia e il video del singolo “Robespierre” si è aggiudicato il titolo di miglior clip dell’anno (lo potete vedere qui).

Ho conosciuto Max Collini durante un esibizione del gruppo alla Casa 139 di Milano. Da allora siamo sempre rimasti in contatto, complice una certa affinità elettiva e la passione condivisa per Diana Est. E’ grazie a lui che ho potuto realizzare questa intervista alla band.

 

Gli Offlaga Disco Pax rappresentano un caso unico nel panorama italiano, perché sono il punto di congiunzione tra l'esperienza musicale e quella letteraria. Ascoltando l'album per la prima volta non si riesce a capire se si tratti di canzoni o di un reading. Credo che proprio in questo stia il suo fascino. Voi cosa ne pensate?

 

Enrico: Del fascino non saprei proprio. L'idea iniziale era una sorta di colonna sonora per racconti, poi sono venute le canzoni. O almeno quelle che noi consideriamo tali. Sull'unicità, ci sono vari esempi, citati molto spesso da giornalisti e fan, di cose che più o meno ci precedono. A me basta ricordare “The Gift” dei Velvet Underground per ricordare che non c'è nulla di nuovo sotto il sole.

 

Daniele: L'unione della musica con la letteratura non è poi un caso così unico.

Noi ci siamo ritrovati partendo da una coppia di musicisti a cui piacevano i racconti di un non-scrittore/geometra. Il resto è stato abbastanza naturale e spontaneo.

  

Il cd si intitola "Socialismo tascabile" e, anche considerando che siete emiliani, a me ha subito fatto pensare ai primi CCCP – Fedeli alla linea.  E' un caso? E' un omaggio?

 

Max: "Socialismo Tascabile" in realtà è una definizione che abbiamo "rubato", col suo consenso, ad Arturo Bertoldi. Arturo è un amico di Reggio Emilia come noi con cui ho condiviso la militanza negli anni ottanta ed è anche l'autore del racconto originale da cui abbiamo tratto il testo di "Cinnamon". Mettere assieme due concetti così differenti rappresenta una sintesi degli intendimenti del disco e del gruppo che abbiamo sempre trovato appropriata.

 

 

Uno dei motivi per cui amo molto gli Offlaga è per l'utilizzo che fate dello strumento "fanzine". Ai vostri concerti distribuite gratuitamente una fanzine coi testi delle canzoni e i vostri manifesti hanno una grafica rigorosamente fanzinara. Io sono fanzinaro nell'anima, quindi una cosa del genere non poteva che esaltarmi. E' una scelta estetica precisa da parte vostra o è proprio uno strumento che sentite vostro?

 

Enrico: In realtà si è pensato a una vera e propria fanzine solo durante il tour di Socialismo Tascabile, quando i testi aumentavano e con l'aggiungere pagine si era pensato ad una pagina personale a testa. All'inizio invece era solo un modo per far si che il pubblico in mancanza di un buon audio potesse capire cosa diceva Max, e poi un promemoria ed un feticcio. Conosco bene il mezzo fanzine, avendo frequentato l'ambiente hardcore italiano e solo ora noto come tutte quelle pubblicazioni private possano essere state sostituite dai blog. Con rammarico, s'intende.

 

Max: A forza di farne alla fine del tour è mancata all'affetto dei suoi cari la mia fotocopiatrice, che ha resistito eroicamente fin quasi all'ultimo concerto.

Dovremmo dedicarle una piazza davanti a un Computer Discount!

 

Quando ho sentito per la prima volta "Robespierre" ho subito pensato che voi avevate fatto in musica la stessa cosa che avevo fatto io col libro "Mi ricordo". E quando Max ha letto "Mi ricordo" ha pensato la stessa cosa di me. Non è interessante che siamo arrivati tutti e due nello stesso momento a fare una cosa simile? Era nell'aria?

 

Max: Ho scritto quella cosa, che in origine conteneva un elenco di ricordi solo un po' più lungo, intorno al 2000 o giù di lì. Allora nessuno poteva immaginare che sarebbe diventata solo due o tre anni dopo il testo di una canzone. Avendo più o meno io e te la stessa età suppongo che entrambi ci siamo accorti nel medesimo periodo che il mondo cambia a velocità inaudita. Comunque giuro che qui una volta era tutta campagna.

 

Sempre a proposito di "Robespierre", il video è favoloso, e infatti ha vinto due premi importanti. Di chi è stata l'idea? Come è nato?

 

Enrico: Sebbene la regia sia accreditata completamente al Postodellefragole, l'idea iniziale era mia e più o meno partiva da un dolly su questa riproduzione decaduta negli anni di Versailles ad opera degli Este, riproduzione che si trova a pochi km da casa mia. Subito dopo si passava ad una sorta di Discoring, camera fissa, noi che ci esibiamo e questa tipa che porta avanti e indietro una rappresentazione più o meno riuscita delle icone elencate. Poi alla toponomastica - differenza: noi al posto di Valentina che fa comunque la sua figura. Il video è stato remiscelato in fase di scrittura da tutti e ciò che ne risulta ha dato sicuramente più possibilità di un passaggio televisivo rispetto alla prima idea.

 

Per il futuro pensate di proseguire su questa formula musicale/letteraria?

 

Daniele: L'idea di fare un disco di metal melodico anni '80 per un momento ci ha sfiorato, ma alla fine rimarremo più o meno su questa formula, con mio enorme rammarico...

 

Max: Per quanto mi riguarda sarà difficile che io impari a cantare, ma questo non credo sia di per sè un ostacolo alla naturale evoluzione del nostro progetto. In un gruppo in cui due suonano e uno declama "storie" la questione sta secondo me nelle scelte del suono rispetto al tipo di testo (e viceversa, ovviamente) e nella capacità del gruppo di sposare le due cose in modo efficace e sincero. Siamo un gruppo a suo modo "Emo" suppongo e quindi al momento siamo perfino di moda. Ah Ah! Circa.

 

Enrico: A prescindere dalle doti canore di Max (pare che sua madre fosse molto promettente da ragazza quindi non le escludiamo) il progetto nasce così e così morrà, con tutti i cambiamenti macro o micro che un'entità del genere deve affrontare durante la sua vita.

 

Trovate qui il sito ufficiale degli Offlaga e qui il loro blog.

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giovedì, 08 febbraio 2007

THE SINGLES COLLECTION

 

Ieri mentre guardavo alcuni videoclip in tv ho avuto una privata folgorazione e ho finalmente capito cosa invidio davvero ai cantanti: la possibilità di pubblicare i singoli. Un artista musicale, o una band, può lasciare trascorrere anche due o tre anni fra un album e l’altro, ma nel frattempo può continuare a mantenere vivo il rapporto col pubblico facendo uscire una canzone ogni tanto. Ecco, a uno scrittore questo non è concesso. Io so già che quest’anno difficilmente potrò pubblicare qualcosa. Ho un progetto che dovrebbe tenermi occupato fino a tarda primavera e in estate comincerò a scrivere il nuovo romanzo. Bene che vada, non uscirà prima dell’estate 2008. Certo mi capiterà di pubblicare intanto qualche articolo e qualche racconto su rivista, ma questo non cambia le cose. E’ frustrante.

A modo mio sto anche cercando di trovare una strada che possa equivalere in campo letterario al concetto di “singolo”: il libretto di “Mi ricordo” o la favola di Cher hanno avuto un po’ questo significato. Ma si tratta pur sempre di esperimenti.

Perché non sono nato Samuel dei Subsonica o Gwen Stefani?

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