VIDEOPODCAST
Essendo anch’io finalmente dotato di un prestigioso iPod video, ho da poco cominciato ad addentrarmi nel mondo dei videopodcast. Ho fatto alcune scoperte interessanti, come il settimanale “Fast Trax” del dj inglese Pete Tong (ottimo per chi ama la musica dance) o i reportage video del Washington Post (i tre brevi documentari sull’emergenza in Darfur sono eccezionali). Ma a questi podcast sono arrivato praticamente per caso e sono certo che là fuori, nell’iperspazio, ci sono decine di produzioni video interessanti che io sto ignorando. Qualcuno di voi più sgamato può darmi (e dare ai lettori del blog) qualche suggerimento in merito? Non solo in ambito video, ma anche in campo audio podcast.

IN MIA ASSENZA
Da un paio di settimane non aggiorno il blog per motivi di (iper)lavoro, ma ho notato con piacere che gli ultimi post hanno continuato a suscitare interesse e continui commenti. Si starà mica creando una “community” attorno a questo blog? (Se sì allora cambiamo nome, che “community” fa veramente tamarro).
Il post “Guglielmo & Grazia” ha persino dato vita a un dibattitone su “Biblit”, il newsgroup dei traduttori italiani e ho notato che molti sono d’accordo con le mie opinioni, anzi loro stessi notano con orrore lo sfacelo che viene spesso fatto nei dialoghi dei telefilm.
Giustamente qualcuno sottolinea la differenza fra “traduttore” e “adattatore”: io non la conosco, ma intuitivamente credo che i traduttori siano quelli letterari, mentre gli adattatori siano coloro che curano i dialoghi italiani di film e prodotti tv. Se così fosse, il mio inviperito post era rivolto a questi ultimi.
Vorrei però specificare che non ce l’ho affatto con la categoria, al contrario: so quanto importanti, faticosi e spesso malpagati siano lavori di traduzione. Ma bisognerà pur cominciare a fare la voce grossa: finché nessuno si lamenta delle pessime traduzioni, nessuno riconoscerà l’importanza delle buone traduzioni (quindi la professionalità, la necessità di pagare meglio i professionisti, ecc). O sbaglio?

CHE BEL PANORAMA
Da due settimane una massiccia campagna pubblicitaria ci informa che il settimanale Panorama è cambiato e ci invita a scoprirlo al prezzo di un solo euro. Da buon soggetto in target con la comunicazione oggi ho accolto l’invito e l’ho acquistato.
In effetti mi pare cambiato: in peggio.
Sorvolo sulla grafica (che è brutta, ma forse è soggettivo).
La titolazione sembra affidata a dei cabarettisti di serie B. Cito a caso: “Saccà nisciuno è fesso” (un trafiletto sul capo della fiction Rai Agostino Saccà) “Moccia, facciamo bisboccia” (trafiletto sullo scrittore Federico Moccia), “Incontrarsi in Rete non è più da sfigati” (articolo sul dating on-line) “Dottore mi curi, ho il mal di high-tech” (articolo sulle nuove patologie).
L’articolo centrale della rivista (annunciato in copertina) è “Quando la famiglia fa crack”. La foto scelta per illustrarlo? Una famiglia che mostra le tasche dei pantaloni vuote (più banali no?)
Ma l’apice viene raggiunto dalle recensioni musicali di Giacomo Pellicciotti. Riporto (per intero) quella dedicata all’album “Life in cartoon motion” di Mika: “Lievita il fenomeno del pop a fumetti flautato con swing dall’efebico anglo libanese, che dilaga con questo cd”.
Non so in quale lingua sia, comunque fa orrore.

PS: Il mio vicino di muro, alias Matteo Bordone, sul suo blog ha scritto un post gemello sull'argomento: leggetevi la sua versione qui.
GOLDEN HAYS
Come molti di voi già sapranno un mio personale cruccio è quello di non essere mai in grado di segnalare la messa in onda sui canali televisivi dei cortometraggi che ho scritto.
Oggi, per la prima volta, sono miracolosamente in grado di farlo: in questi giorni sui canali satellitari di Sky Cinema andrà in onda il mio nuovo cortometraggio, intitolato “Golden Hays”. A differenza dei corti precedenti, sui classici toni della commedia, questa volta io e il regista Max Croci abbiamo cercato di sperimentare un po’ di più: il corto è ispirato al temibile codice Hays che negli anni ’30 a Hollywood provocò un feroce sistema di censura. Il film (che alterna riprese video a colori a spezzoni in bianco e nero) è interpretato, fra gli altri, dal critico cinematografico Gianni Canova e da una imprevedibile Justine Mattera.
Queste le date della messa in onda:
sul SKY CINEMA MANIA (canale 312)
16 Marzo ore 1,19
17 Marzo ore 18,05
18 Marzo ore 18,23

NUOVI INCONTRI
Dopo qualche mese di pausa, riprendo l’attività degli incontri coi lettori. Nelle prossime settimane ne sono previsti tre: il primo a Castel San Giovanni (in provincia di Piacenza), il secondo a Bologna e il terzo a Milano. Un quarto sarà a metà aprile, nei pressi di Como, ma di questo ne riparleremo a tempo debito.
Per ora, ecco gli appuntamenti precisi. Come sempre, se siete da quelle parti, vi aspetto.
SABATO 17 MARZO
Ore 18,30
presso “Ippogrifo”
via Mazzini, 6
Castel San Giovanni (PC)
GIOVEDI’ 22 MARZO
Ore 17
UNIVERSITA’ di BOLOGNA
Facoltà di Lettere e Filosofia (Aula B)
via Zamboni 34
SABATO 31 MARZO
Ore 17
Associazione Culturale VILLA PALLAVICINI
via Meucci, 3
MILANO
GUGLIELMO E GRAZIA (AND OTHER SPLENDID TRADUCTIONS)
Cominciamo col dire che il titolo è ironico e che se un inglese volesse riferirsi a ottime traduzioni non userebbe l’espressione (inesistente) “splendid traductions”. E’ un vistoso esempio di becera traduzione letterale, ma è appunto di questo che vorrei parlare. Perché sono sempre più sbalordito per la desolante condizione degli adattamenti televisivi e cinematografici italiani delle produzioni inglesi e americane.
Più di una volta (sul blog di Dispenser e sul mensile “Series”) mi sono lamentato di quello che è forse il peggiore esempio attualmente sugli schermi, ossia “Will & Grace”. Chi mastica un minimo di inglese (ma anche chi semplicemente ha il buon senso di ragionare sui dialoghi) capisce lo scempio che ne viene fatto nel nostro paese.
In una replica che ho visto sere fa un lungo scambio di battute era basato sul “recital” (sic!) “Il suono della musica”. Si riferivano ovviamente a “The sound of music”, che non solo è un musical, ma anche uno dei più celebri di tutti i tempi, notissimo anche in Italia, dove è uscito col titolo di “Tutti insieme appassionatamente”. Se non lo sai (e come fa a non saperlo un traduttore dall’inglese? Dove ha vissuto finora, recluso in un bunker sotterraneo?) basta digitare il titolo originale su Google per capirlo. Tempo dell’operazione: due secondi.
Ma la sit-com ne regala a decine di simili perle. In un episodio Grace scopre Jake assumere delle medicine di nascosto. Lui cerca di negare, ma Grace beve un sorso dal suo bicchiere ed esclama: - Ma sa di droga! - In America le medicine vengono genericamente definite “drugs”. La battuta – Sa di medicina – ha dunque un senso. – Sa di droga – non significa nulla, anzi, peggio, è fuorviante (Jake è un drogato?). E soprattutto verrebbe da chiedere al traduttore: scusa, che sapore avrebbe la droga?
In un altro episodio Will sfoglia “The advocate”, il più diffuso (e impegnato) settimanale gay d’America, una sorta di “Panorama” in versione omosessuale per intenderci. Durante la puntata il giornale viene indicato invece come “la rivista degli avvocati d’America” (?!?) e non solo: Will si lamenta di non essere stato inserito nell’articolo sui “30 avvocati più sexy”. Ammettendo che il traduttore italiano ignori l’esistenza di “The Advocate” (e per il traduttore del più noto telefilm gay mi sembra una lacuna imperdonabile), come può pensare che la rivista ufficiale degli avvocati statunitensi faccia dei servizi sui legali più sexy? Si è forse mai visto, anche dalle nostre parti, che “Il giornale del diritto” dedichi uno speciale sulle venti guidici di corte d’appello più bone? Sarebbe inaudito.
A volte poi le battute si perdono per la povertà della resa, come i commenti di Jake sul “quarto Farewell tour di Cher” che farebbe molto più ridere se esplicitato come “il quarto tour d’addio alle scene di Cher”.
Devo continuare?
Ma “Will & Grace” non è purtroppo un caso isolato. Ci sono errori grossolani di traduzione che imperversano, nell’indifferenza generale. Un caso plateale è l’utilizzo del termine “soda”, che negli USA equivale a “bevanda gassata” e in Italia si riferisce invece a una base chimica. Forse negli anni ’50, ai tempi del “whisky and soda” l’espressione poteva ancora avere un vago senso. Oggi, nel nostro paese, è totalmente assurda. Eppure, tanto al cinema quanto in “X files”, si sentono continuamente dialoghi in cui qualcuno chiede: - Vuoi della soda? -. E in mano tiene una riconoscibilissima lattina di Coca-Cola. E io mi chiedo: ma almeno la Coca-Cola questi traduttori la conosceranno, no? Come è possibile che non li sfiori il dubbio che il termine “soda” sia fuori luogo?
Per non parlare poi dell’assurda e ormai incontrollata abitudine di fare uscire i film col titolo originale. Perché in Italia “The interpreter”, “The queen”, “The exorcism of Emily Rose” non escono come “L’interprete”, “La regina”, “L’esorcismo di Emily Rose”, che tanto si capisce benissimo che significano quello? Voglio dire, i film sono INTERAMENTE DOPPIATI e il titolo resta in lingua originale? Perché? Perché un bambino deve chiamare Aladino “Aladdin”, come nel film Disney? A chi giova americanizzarne il nome? (Al merchandising, lo so, ma appunto: è spaventoso).
Peggio ancora quando si tratta di titoli incomprensibili per lo spettatore comune: vedo oggi in tv il trailer di “The ice harvest”. Che vuol dire? Io non lo so.
Prevengo l’obiezione: meglio lasciarli così, che tradurli in modo assurdo come si faceva un tempo, quando “Domicile conjugale” di Truffaut veniva distribuito col titolo “Non drammatizziamo… è solo questione di corna” (riducendolo alla stregua di un film di Pierino) o “Entre tinieblas” di Almodovar diventava “Il fascino indiscreto del peccato”.
Certo, era un altro tipo di scempio. Ciò che io invoco è un giusto mezzo. A me basterebbe anche una semplice, corretta traduzione letterale. Tuttalpiù relegata nel sottotitolo. Invece, altra assurdità tutta nostrana, il sottotitolo è terreno libero per interpretazioni casuali.
Noi non abbiamo le “Casalinghe disperate”, ma l’impronunciabile “Desperate housewives”. Sottotitolo (a cazzo): “I misteri di Wisteria Lane”.
Che tristezza.

SINGOLI
Qualche settimana fa mi lamentavo del fatto che per uno scrittore non esiste la possibilità di pubblicare dei singoli, come invece capita ai cantanti. Neanche a farlo apposta, scopro in questi giorni che l’ottimo piccolo editore “Terre di mezzo” (sì, esatto quello che pubblica le guide dei ristoranti “Pappamondo”, sì, esatto, quello dei libri venduti per strada dagli extracomunitari, proprio quello) ha inaugurato una speciale collana editoriale chiamata “I singoli”. Il concetto è mutuato pari pari dal mondo discografico: far uscire uno o due racconti in un’edizione a basso costo per anticipare l’uscita della raccolta completa, che avverrà qualche mese più tardi. Fantastico!
Fino ad ora sono usciti due soli singoli: il primo è il racconto dello scrittore cileno Daniel Alarcon “Guerra a lume di candela”, al prezzo di sette euro. L’altro è “Il segreto di Jack”, dell’americana Amanda Davis, che contiene due racconti, un’intervista all’autrice e costa solo sei euro.
Se vi capita di essere fermati per strada da un senegalese che regge dei libri in mano, controllate se ha questi singoli. Sono ottimi e in più fate anche una buona azione di solidarietà acquistandoli per strada.

FESTIVAL, LA SENTI QUESTA MUSICA
Questo Sanremo è stato un po’ particolare per me: è stata la prima volta in cui avevo un’amica in gara, tra i campioni. E’ una sensazione curiosa quella di vedere qualcuno sul palco dell’Ariston sapendo di potergli fare una telefonata la mattina dopo per commentare l’esibizione. (E’ strana anche la sola ipotesi: io ho evitato di chiamare nel bailamme di questi giorni).
Io e Tosca ci conosciamo da diversi anni, per un progetto teatrale a cui avevamo collaborato. Da allora siamo sempre rimasti in contatto.
Onestamente non sapevo cosa attendermi dal suo pezzo sanremese. Il repertorio melodico tipico dei suoi esordi, i pezzi scritti per lei da Ron o Lucio Dalla, non rientrano nei miei gusti personali. Da anni però Tosca ha virato verso un percorso differente, lontano dalla tv, dedicandosi al teatro, al recupero delle canzoni popolari e di brani di storiche cantanti romane. Quando ho saputo della sua partecipazione al festival, ho immaginato tornasse con un brano melodico. E invece.
Ora che è tutto finito, posso dirlo: a me “Il terzo fuochista” è sembrata una canzone bellissima, fuori da ogni schema sanremese, divertente, popolare più che pop, priva di un vero ritornello, ma gioiosa e coinvolgente.
Oggi ho avuto una lunga chiacchierata telefonica con Tosca e mi ha detto di essere strabiliata dall’accoglienza che ha ricevuto un pezzo così: dai critici alla gente per la strada, è un coro di complimenti.
Quando ha inviato la canzone alle selezioni l’ha fatto senza neppure sperare di essere scelta. Ha saputo dalla tv di essere in gara.
Per lei andare al festival con questo brano significava mostrare al pubblico ciò che sta facendo adesso. La considerava un’occasione di visibilità per i suoi progetti teatrali. La notizia del giorno invece è che su I-Tunes il suo è il terzo brano più scaricato dell’intera manifestazione (dopo Moro e Silvestri). Mi ha fatto molto ridere, perché mi ha confessato che hanno pure dovuto spiegarglielo cos’è I-Tunes, lei non ne aveva idea.
Insomma, posso dirlo? Brava Tosca. Davvero.

PANNA PER ROSANNA
Giorni fa stavo parlando con lo scrittore Alcide Pierantozzi di ricordi d’infanzia e lui mi ha rivelato un episodio esilarante. Mi ha detto che per molti anni è stato assolutamente convinto che il proverbio “Pancia mia fatti capanna” fosse in realtà “Pancia mia fatica panna”. Nella sua mente di bambino la panna era il premio che corrispondeva alla fatica che doveva compiere la pancia nell’ingurgitare un abbondante banchetto. Secondo una logica squisitamente infantile, questa alternativa formulazione del proverbio non faceva una grinza.
La circostanza mi ha fatto ricordare una serie personale di fraintendenti simili, fra i quali un altro esilarante episodio, che risale all’epoca della dottrina per la prima comunione. Un giorno a messa ha scoperto che il bambino seduto a mio fianco, durante gli inni, invece di cantare “Osanna! Osanna nell’alto dei cieli!”, cantava a squarciagola “Rosanna! Rosanna nell’alto dei cieli!”. Per quanto delirante, anche questo errore rispondeva a una logica tutta infantile: Rosanna era il nome della perpetua del mio paese e a noi bambini risultava del tutto plausibile che per una donna impegnata a trascorrere la vita accanto a quel burbero del nostro prete fossero spalancate di diritto le porte del paradiso.
Parlandone poi col mio vicino di casa Bordone, ho ritrovato un altro sbaglio standard, che credo tutti noi abbiamo commesso: quello di ritenere che il gatto perdesse lo zampino andando tanto al largo (benché non ci fosse mai chiaro come mai l’allontanassi dalla costa a nuoto per un felino comportasse la perdita di un arto).
Allora mi è venuta la curiosità di porre anche a voi la questione: ricordate episodi simili legati alla vostra infanzia? Qualche comico fraintendimento linguistico?
Raccontatemeli, vi prego. Non vedo l’ora di sentirli!
SALVIAMO ANTONELLA!
Dopo la recente esibizione sanremese, ho deciso di fondare un comitato per la salvaguardia della carriera di Antonella Ruggiero. Poiché, a tutta evidenza, lei stessa non è più in grado di intendere e di volere, il fine dell’associazione sarà quello di salvarla dal baratro in cui sta precipitando. Per questo, un membro designato avrà il compito di recarsi da lei e spiegarle con parole semplici (ed eventualmente l’ausilio di disegni su lavagnetta) che cantare “Aristocratica, occidentale falsità” era avanguardia pura, mentre interpretare con fare rapito canzoni che parlano di ninna nanne dedicate ai poveri bambini in guerra è un imbarazzante esempio di trash contemporaneo.
Iscriviti anche tu al comitato “Salviamo Antonella!”, ma fallo subito. Almeno prima che qualcuno, incontrandola fuori dal teatro Ariston, la riempia (giustamente) di sberle.
