VERY CHINESE
Il 9 ottobre comincia la nuova serie di "Very Victoria". Sono previsti numerosi cambiamenti, di cui ancora non si può dire nulla. La prima grande novità però sarà il cambio della sigla e quella è già visionabile on line e nei promo televisivi a partire da questa settimana. La nuova sigla è in cinese e come sempre il pubblico è invitato a riprodurre la coreografia a casa propria e inviare il video in trasmissione. Trovate l'anteprima della sigla qui.
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IO SCELGO BIO
A settembre verrà pubblicato in Italia “Rabbia”, il nuovo romanzo di Chuck Palahniuk. A detta degli amici che l’hanno già letto si tratta di un libro davvero brutto. E’ il terzo libro di fila che Palahniuk sbaglia (Houston, abbiamo un problema).

Dopo “Diary” terminato a fatica e “Cavie” abbandonato a metà, temo che questo non lo leggerò neppure. Il motivo per cui ho deciso di parlarne però è legato alla struttura del libro: si tratta di una biografia orale, una storia raccontata dalla voce di alcuni protagonisti. L’autore ha dichiarato di aver preso ispirazione da una biografia degli anni ’80 “Edie” di Jean Stein e George Plimpton. Non mi è difficile crederlo.

“Edie” è un libro straordinario, forse la migliore biografia che abbia letto. Racconta la vita, breve, intensa e tragica, di Edie Sedgwick, la modella-simbolo degli anni ’60 a New York. Nata a Boston, presso una ricca famiglia di allevatori, vissuta in un ranch, abusata dal padre, fugge a New York e comincia una folgorante carriera come indossatrice, divenendo la musa di Andy Warhol (prima) e di Bob Dylan (dopo), per morire di overdose giovansissima nel ’71. La biografia è costruita incollando insieme i frammenti di una serie di interviste a coloro che le erano stati vivici (familiari, artisti, amici): gli spezzoni delle interviste vanno così a formare un unico flusso narrativo, un’epopea orale coinvolgente quanto un romanzo. Una lettura folgorante (e Palahniuk lo conferma).

Il testo è uscito in Italia da Frassinelli nell’83 col titolo “Edie – Una biografia americana” e da allora non è mai più stato ristampato, ma l’edizione americana è ancora in vendita on line. Io lo consiglio caldamente. Dal libro è anche stato tratto il film “Factory girl” con Sienna Miller, uscito negli USA in primavera e spero presto in arrivo da noi.

Intanto è uscita in Italia in questi giorni un’altra interessante biografia costruita con lo stesso impianto. Si tratta del libro sulla vita dell’illustratore / pittore/ graffitista Keith Haring curato da John Gruen e pubblicato da Baldini Castaldi Dalai. Qui sono star come Madonna, Grace Jones e Debbie Harry a raccontare con le loro parole la parabola di Haring, dai suoi esordi coi graffiti disegnati nelle metropolitane di New York sino al successo internazionale, prima che l’AIDS lo stroncasse nel 1990. Un bel modo per avvicinarsi alla vita di un artista le cui immagini hanno conquistato le camerette degli adolescenti di mezzo pianeta, ma del quale pochi conoscono la vicenda personale.

FASHION VICTIM
Domani un celebre quotidiano nazionale mi manda a intervistare una celebre coppia di stilisti nazionali. E l'unica domanda che mi gira in testa è: come diavolo mi vesto?

TAZZE: UN RACCONTO (QUASI) INEDITO
Tempo fa la rivista "Slow food" mi aveva chiesto un racconto a carattere culinario. Quello che ho effettivamente scritto era un testo che con la cucina aveva poco a che fare, una storia sull'intimità e sul vivere in due intitolata "Tazze". Ieri, per caso, scopro che il racconto è disponibile on-line e scaricabile in formato .pdf. Se volete dargli un'occhiata lo trovate qui.

PSB: THE DAY AFTER
Avrò fatto la figura dell’esagitato, perché ho cantato e ballato tutto il tempo. Ieri sera, arrivato a Villa Arconti, quando ho visto le file di sedie disposte in sequenza ordinata fin sotto il palco, ho subito pensato: Nessuno resisterà seduto per più di dieci minuti. E infatti così è stato. A neanche metà concerto erano tutti i piedi, chi ballava a terra, chi direttamente sulle poltroncine.
Sul concerto posso solo ribadire ciò che avevo scritto per la tappa di Madrid: i Pet Shop Boys sfoderano un repertorio spettacolare. Hanno così tanti brani di successo fra cui scegliere che possono permettersi di buttare via dei singoli (“So hard”, “I’m with stupid”) come semplici intermezzi musicali fra un brano e l’altro. E l’atmosfera che si respira tra il pubblico è di vera festa generale.
Mi spiace che scelgano il loro singolo più brutto (“Go West”) come finale, ma mi rendo perfettamente conto che la sua natura di inno lo rende perfetto come closing act.
Rispetto a Madrid la scenografia era ridotta (suppongo per le dimensioni ristrette del palco): non più cubi bianchi, ma un solo, lungo parallelepipedo sul quale venivano proiettati dei video di sfondo. Lo show ci ha perso in coreografie (una buona metà dei balletti sono scomparsi), ma ci ha guadagnato in immagini. Un compromesso accettabile. Il pubblico invece era più maturo, o forse più eterogeneo. In Spagna c’erano schiere di giovani. A Bollate invece si passava dalla coppia sposata cinquantenne ai gruppi di ragazzini gay ventenni.
E ascoltandola ieri sera per l’ennesima volta, mi sono reso conto che “Flamboyant” è una della canzoni più belle degli ultimi cinque anni (o forse dieci, o forse venti, o forse cento).
Non esagero niente, eh?
Ma adesso voglio sentire i vostri di commenti e resoconti: so che eravate in tanti ieri.
PS: Anche Luca Sofri c'era e sul suo blog dichiara tutto il suo entusiasmo.

STILL CLOSER TO HEAVEN
Inutile dire che domani sera sarò al festival di Villa Arconati per l'unica data italiana dei Pet Shop Boys. Ci risentiamo giovedì per i commenti.

ESPERIMENTI DI PODCAST PROVVISORIO
Mi accorgo oggi che il mio primo tentativo di creare un videopodast(inserito su YouTube in via sperimentale, senza annunciarlo a nessuno) è già stato visto una cinquantina di volte. Allora tanto vale che lo renda pubblico. Si tratta del piccolo reportage che ho realizzato alcune settimane fa al festival di musica indipendente “MiAmi” e contiene interviste ad alcuni fondatori di etichette indipendenti (in particolare: RiotMaker, My Honey Records e Knifeville) e a Max Collini, cantante degli Offlaga Disco Pax. Era la prima volta che usavo la videocamera e anche la prima volta che tentavo di creare un montaggio video con l’iMovie di Mac. Il risultato è ovviamente approssimativo, ma va preso come semplice tentativo di accostarmi al mezzo. Come si dice in questi casi, la prossima volta andrà meglio.
Trovate il video qui.

IN QUESTA VALLE DI LACRIME
Ieri ho trascorso la serata a piangere. No, non sono piombato in una crisi depressiva, né ho ricevuto notizie tragiche. Semplicemente ho visto l’episodio finale (il dodicesimo, della quinta stagione) di “Six feet under”. Nulla, di quanto abbia mai visto in tv finora, è stato altrettanto straziante.
La verità è che “Six feet under” è la serie televisiva che più di ogni altra mi ha coinvolto da un punto di vista emotivo, grazie allo spessore incredibile dei suoi personaggi e all’inedito tema centrale della narrazione (la morte, come componente ineludibile della vita). Le dinamiche della famiglia Fisher (seppur grottesche ed eccessive) mi sono parse uno specchio nel quale confrontare esperienze e dubbi personali, un luogo dove porsi domande e cercare possibili risposte.
E’ raro provare un senso di gratitudine nei confronti di una trasmissione televisiva, ma io sono infinitamente grato ad Alan Ball (l’inventore della serie) per la quantità di riflessioni e consolazione mi ha offerto nel corso di questi anni. Sento che mi ha arricchito come pochi libri o film hanno saputo fare. E forse anche per questo ho pianto così tanto ieri sera: perché mi stavo separando definitivamente da una famiglia che ho amato, tanto. Il fatto che non fosse reale non fa nessuna differenza.
Tempo fa negli Stati Uniti è uscito un libro sulla serie. Non era un romanzo ispirato alle vicende dei personaggi, né un volume fotografico o un dietro le quinte. Era un “compendio” al serial. Il libro presentava materiali che erano stati mostrati fugacemente negli episodi e che facevano parte della vita dei personaggi: le pagelle di scuola dei Fisher bambini, le loro foto d’infanzia, annunci di matrimoni e battesimi, lettere, i referti medici di Nathan, le foto scattare da Claire, stralci dallo studio psicologico su Brenda. Sfogliare il volume è come avere accesso ai cassetti di casa Fisher, frugare nel loro passato o nell’intimità del loro presente. Ball, nell’introduzione, ammette il rischio di passare per maniaco, avendo creato materiali biografici reali per personaggi fittizi. Eppure, confessa, per lui è come se i Fisher esistano davvero.
Ecco, anche per me è così.
Probabilmente non avrei scritto questo post se non fosse che stasera sul canale satellitare Cult ricomincia l’intera serie a partire dal primo episodio. In Italia la programmazione è stata criminale: le prime due stagioni trasmesse da Italia Uno ad orari impossibili e con cadenze random, la terza serie andata in onda solo su Fox, con due anni di ritardo, e poi il nulla. Io ho potuto vedere la quarta e la quinta grazie a un cofanetto acquistato all’estero da un mio amico e una serie di dvd piratati dalla Rete.
Ci meritiamo “Camera Cafè” e “Ugly Betty” in prima serata: aspettarsi che da noi una serie simile potesse avere l’attenzione che meritava è pura utopia.
Se non l’avete mai visto, fatemi un favore personale e fatevi un regalo: guardatevi almeno la prima puntata.

POST SF, ALCUNE CONSIDERAZIONI
Ho l’impressione che gli Stati Uniti stiano attraversando un periodo di recessione notevole. Non era la prima volta che andavo a San Francisco, ma non mi era mai capitato prima di notare una tale, enorme presenza di poveri per le strade. Gli homeless sono una specie di tradizione in città. SF è per sua natura tollerante verso ogni tipo di diversità e ha un clima gradevole e costante rispetto a molte altre metropoli, per questo tanti senzatetto decidono di stabilirsi qui: la gente li tratta con cortesia e il termometro non scende mai sotto certi limiti. Ma se nelle mie visite precedenti mi sono abituato alla presenza dei vagabondi, soprattutto nella zona limbo fra il Castro e il centro città sulla Market street, in questa occasione mi ha colpito constatare la povertà di tanta gente comune, che un posto per dormire ce l’ha, ma evidentemente non molto altro. Ero ospite da un amico nella Mission, il quartiere spagnolo. Qui si trovano gli emigranti dal Messico e dal Sudamerica e la lingua principale, per le strade, nei negozi, nei cartelloni pubblicitari, è lo spagnolo, non l’inglese. Mi bastava fare due passi fuori casa per incontrare ragazzini coi vestiti logori e affissioni stradali che promettevano “Un giorno anche tu potrai avere la tua lavatrice”. Sembrava di essere ripiombati in un film neorealista italiano degli anni ’50. Non bisogna essere un esperto in socioeconomia per capire che le influenze dell’amministrazione Bush stanno creando un divario spaventoso, rendendo i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Così come non è difficile capire dove vengono reclutati i soldati per la guerra in Iraq, con la promessa di un salario decente e un futuro più stabile per le loro famiglie.
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Prima di partire una settimana sembra uno spazio temporale nel quale si possono fare un sacco di cose. In realtà, tra jet-lag da recuperare e i pomeriggi chiuso al cinema per seguire il festival, il tempo è volato. Mi ripromettevo di girare un filmato e l’ho fatto, più o meno, ma non in maniera coerente. Sul computer ora mi ritrovo novanta clip della durata variabile dai trenta secondi ai cinque minuti, ma dubito che ne possa risultare un montaggio sensato. Ho fatto riprese fuori dal teatro dove si svolgeva il Frameline, nella sede dell’editrice McSweeney’s, nel quartiere hippie, durante la parata oceanica del Gay Pride e in una strepitosa festa in piscina, ma l’insieme è vagamente schizofrenico. Come del resto è stata la mia settimana.
Ogni volta che torno a SF i travestiti sono una rivelazione. Può sembrare strano, eppure c’è un tale abisso fra il concetto nostrano di drag queen e quello che si ha negli Stati Uniti. Da noi (tranne rari casi) una drag è un tizio con una parrucca in testa e un trucco vistoso che mima una canzone. Negli USA, e particolarmente a San Francisco, il travestimento è un’attività che confina con il cabaret vero e proprio, con uno studio (nei testi, nell’abbigliamento, nella performance) che richiede settimane. Tempio delle drag in città è il locale The Stud, nella serata del martedì sera, per lo storico appuntamento chiamato “Trannyshack”. Qui la regola è che nessun partecipante possa replicare lo stesso numero due volte. Nel corso degli anni ci ho visto esibizioni incredibili. Per dire: una con un vestito composto esclusivamente da spillette anni ’80 (centinaia, cucite insieme non so come), una che si è esibita su un’altalena appesa al soffitto che ondeggiava sopra il pubblico, una che si è fatta avvolgere da una plastica trasparente fino al rischio di soffocamento (mentre cantava “Breathing” di Kate Bush). Ne ho vista persino una che si è fatta MARCHIARE A FUOCO SUL PALCO, lo giuro. Robe pazzesche, altro che mimare Mina e la Patty.
Questa volta ho assistito anche allo show di una delle più celebri drag degli States, l’inossidabile Lady Bunny, che ha fatto battute di una gravità da noi improponibile (“Mi sono spazzata più negri io dell’Uragano Katrina!”).
Alle drag queen americane non basta colpire il pubblico, devono proprio scuoterlo. E’ questo che mi piace.

Infine: ho conosciuto uno dei protagonista del film “Shortbus”, ma non l’ho riconosciuto finché non mi ha detto lui chi fosse (forse perchè era difficile riconoscerlo con i vestiti addosso!).
E poi: quanto diavolo è alto RuPaul di persona?!?
