TOKYO HOLIDAYS – Quarta parte: Tradizioni/Contraddizioni
Tokyo è innegabilmente una metropoli di grandi contrasti, almeno agli occhi di un turista straniero. Nel giro di poche centinaia di metri si può passare da un grattacielo futurista ai più antichi templi della nazione. Per strada incroci tanto gli adolescenti vestiti da manga, quando quelli che indossano il più tradizionale dei kimono. Dentro il centro commerciale di ultima generazione incontri la riproduzione di un antico mercato, con bancarelle piene di cibo e venditori che si sgolano come in una normale piazza. Tutte realtà che da noi sarebbero fortemente distanziate e che qui convivono con un’armonia sorprendente.

Noi abbiamo voluto fare un’esperienza molto tradizionale, ossia quella dell’ “onsen”, il bagno termale. Siamo andati all’Oedo Onsen Monogatari, una costruzione recente costruita sul modello dei bagni tipici del periodo Edo. Si trova nel quartiere di Odaiba, la baia di Tokyo, caratterizzata da palazzi moderni e avveniristici. Per raggiungerla abbiamo preso la linea Yurikamome, che viaggia su monorotaia, e già il panorama del percorso valeva il viaggio.

Giunti all’Onsen Monogatari ci siamo resi conto di essere gli unici occidentali dell’intera (affollatissima) struttura e la cosa (lo confesso) ci ha un po’ inorgoglito. All’ingresso viene consegnato a tutti uno yukata (il kimono estivo), poi si passa dallo spogliatoio e si arriva nella piazza comune. Qui si trovano le bancarelle che vendono dolci e souvenir, i ristoranti, i chioschi. Sembra un po’ di stare in una Gardaland giapponese, circondati da famigliole festanti tutte in accappatoio. E’ tutto finto, costruito da poco, anche se ha l’aspetto di una piazza medievale.
Da qui si accede ai bagni veri e propri, ovviamente divisi per sesso.
Quella del bagno comune è una delle più antiche tradizioni nipponiche e per noi è affascinante vedere la naturalezza con cui chiunque li frequenta, dal bambino piccolissimo all’anziano ultranovantenne (quante volte da noi si vede un vecchio in piscina, per esempio? Mai). Prima di entrare nelle vasche bisogna fare toeletta, che è intesa come completa e accuratissima. Del tutto ignari del rituale noi abbiamo cercato di copiare quello che facevano i nostri vicini. Ci si accomoda su piccoli sgabelli di fronte a uno specchio e lì si hanno a disposizione bagno schiuma, shampoo, dentifricio, spazzolino, rasoio (tutti monouso, ovviamente) e il manico di una doccia a testa. Ci si lava seduti, fino al punto di risplendere, poi dopo un lungo risciacquo (per togliere le tracce di detersivi) ci si dirige nudi alle vasche.
Qui si trovano vasche con acqua molto calda (40°) o molto fredda, idromassaggi e un giardino con vasche all’aperto. Meraviglioso.
Ma è necessaria una precauzione (e noi per fortuna eravamo stati avvisati): l’ingresso è vietato a chi ha dei tatuaggi sul corpo. Il mio ragazzo, che ne ha uno sulla spalla destra, l’ha coperto con un grosso cerotto, che ha resistito miracolosamente all’acqua e che non ha destato alcun sospetto. Tale curioso divieto in realtà è uno stratagemma per evitare che i membri della yakuza (quasi sempre coperti da vistosi tatuaggi) frequentino questi luoghi.
All’uscita dal bagno volendo il visitatore può concedersi una serie di servizi, a cominciare da diversi tipi di massaggi. C’è anche la possibilità di fare sul posto analisi della pressione o iridologiche (perlomeno, è quello che abbiamo capito noi due, ma era tutto in ideogrammi quindi non ci metterei la mano sul fuoco). Sono anche disponibili pratiche più azzardate, come quella di immergere i piedi in acque dove branchi di pesciolini vengono a mordicchiarti, per espellere in modo naturale le cellule morte e riattivare la circolazione. (Eehhmmm, grazie, forse un’altra volta, eh?).
Una cosa è certa: il culto dei giapponesi per la cura e la pulizia individuale è assai percepibile ai sensi di un occidentale. Noi siamo capitati durante l’estate più calda e umida degli ultimi trentatre anni e ci siamo spostati solo con mezzi pubblici, spesso molto affollati, eppure non una volta abbiamo dovuto sopportare odori sgradevoli. Tornati a Milano, sugli autobus d’agosto, era tutto un altro afrore.
Un perfetto esempio è di contrasti fra traduzione e innovazione è quello fornito dal celebre quartiere di Harajuku, dove si trovano, ai lati opposti della stessa stazione di metrò, sia l’affollata Takeshita Dori che il santuario Meiji.

La Takeshita è la via dove vanno a comprare i loro eccentrici abbigliamenti le lolite gotiche e i cosplayer. Da queste parti gli adolescenti si scatenano davvero nel look e può capitare di imbattersi in ragazze vestite come bambole Holly Hobby o come personaggi di Capitan Harlock. Stavolta non abbiamo potuto trattenerci: a costo di apparire sfacciati abbiamo fotografato i casi più eclatanti, talvolta suscitando sorrisi, talvolta feroci occhiatacce.




Attraversando il ponte sopra la ferrovia si entra invece nel parco che conduce al santuario Meiji, un tempio scintoista del 1920 con annesso giardino.

Dalle follie della stipata via dello shopping alla quiete di un parco centenario nel giro di pochi passi.

E tra stagni dorati e case del the, capita che persino il distributore della CocaCola abbia il suo tempietto.

TOKYO HOLIDAYS – Terza parte: Sound system
Una cosa a cui come visitatore non ero affatto preparato era la componente sonora della metropoli giapponese: a Tokyo c’è un casino pazzesco, e non paragonabile a quello delle nostre capitali. A tutti è capitato di vedere film o videoclip ambientati a Tokyo, quindi siamo familiari con l’immagine dei grandi schermi sui palazzi che trasmettono gigantesche pubblicità. Quello che però non si intuisce è che ciascuno di questi annunci è dotato di AUDIO. Ci sono punti della città in cui si viene investiti da quattro o cinque diverse trasmissioni contemporanee: da un palazzo la classifica dei dieci singoli più venduti, da un grattacielo al lato opposto lo spot della birra Sapporo, dall’edificio alle tue spalle l’annuncio di una manifestazione sportiva. Un concerto strampalato di voci, jingle e musica che cozzano allegramente fra loro.
Qualcosa di simile si ripete nei centri commerciali, dove ogni esercizio spara la propria musica ad alto volume, quasi a voler contrastare quella del vicino.
Altrettanto stupefacente la presenza, fuori da numerosi negozi, di imbonitori al megafono che invitano alla prova e all’acquisto dei prodotti. Anche in circostanze commerciali impensabili: una signora che si sgola attirando le clienti dentro un negozio di abiti sarebbe impensabile da noi. Così come un imbonitore fuori da una farmacia. A Tokyo li ho visti in azione.
Assordante è il rumore che proviene poi dalle sale giochi, in particolare le celebri sale del “pachinko”: file infinte di giocatori che fanno scorrere palline di metallo in una sorta di versione locale delle slot machines. Queste cascate di palline sfrigolanti è piacevole come il gesso sulla lavagna. Bastano pochi minuti all’interno di una di queste strutture per sentire il bisogno fisico di allontanarsi.
Questo bombardamento di suoni è stato dunque una tortura? Niente affatto. E’ uno degli aspetti che più mi ha sorpreso e affascinato della città. La sensazione sonora di essere davvero in un posto diverso da quelli a cui siamo abituati.

TOKYO HOLIDAYS – Seconda parte: Shibuya
Tokyo non ha un vero centro. Ne ha diversi, ognuno caratterizzato da attività commerciali e sociali differenti. Inevitabile, per la metropoli più popolata del pianeta. Un tempo il quartiere preferito dai turisti era Ginza, raffinato conglomerato di viuzze tradizionali e negozi eleganti, dal Centro Sony alle boutique di Dior. Oggi, chissenefrega. A Ginza mandateci vostra madre, che lo troverà molto bello. Il cuore pulsante di Tokyo, quello rappresentato dai giovani e i giovanissimi, è Shibuya. Uscire dal metrò di domenica mattina e trovarsi nella piazza gremita di teenager, circondati da palazzi con megaschermi e un brusio inarrestabile, è un’esperienza memorabile. Tokyo ti appare subito per quello che è: un altro pianeta, sintonizzato su uno stile, una velocità e un volume del tutto diversi dai nostri. Si resta senza fiato.

Il primo istinto è quello di afferrare la macchina digitale e fotografare chiunque. Ho dovuto venire fin qui per capirlo, eppure ora so perché un turista giapponese in Italia fotografa tutto, anche quei particolari che a noi paiono del tutto insignificanti: quando qualunque cosa (dall’abbigliamento delle ragazze, all’architettura dei palazzi, alla grafica delle confezioni di dentifricio) è differente da quella a cui sei abituato, hai l’istinto di immortalarla, di portarne una prova a casa per mostrarla agli amici o conservarla fra i tuoi ricordi. E’ un’esperienza culturale che non vuoi vada perduta. Io rientravo ogni sera in albergo con più di cento scatti nella digitale, vittima dell’incontinenza fotografica.

A Shibuya si trovano alcuni dei più interessanti negozi dell’intera capitale. C’è il tempio del fumetto manga (Mandarake), i due più grandi empori musicali (HMV e Tower records, entrambi di sette piani), diverse megalibrerie e il centro commerciale Parco costituito da tre palazzi. L’esperienza più sbalorditiva però è probabilmente costituita da “Shibuya 109”, un edificio di dieci piani che raccoglie solo negozi di abbigliamento femminile. Qui vanno a vestirsi le ragazzine giapponesi e aggirarsi tra i vari piani è come stare nel pieno di un videoclip. I visitatori maschi si contano sulle dita della mano. Per il resto si va dalle scolarette alle giovani donne in pieno delirio da shopping. A migliaia. Per un uomo è come una visita in un regno parallelo. Fenomenale.

Per noi tuttavia il vero rapimento è stato quello compiuto da “Tokyu Hands”. Mia sorella e qualche amico che già ci era stato mi avevano messo in guardia: - Tu lì dentro impazzisci -. Previsioni azzeccate. “Tokyu Hands” (catena diffusa in tutta la città, ma la sede più ampia, otto piani e altrettanti ammezzati, è quella di Shibuya) è un incrocio fra un’Ikea, un Muji e un Brico Center. Un supermercato per i casalinghi e il bricolage che raccoglie ogni tipo di oggetto pensabile e (soprattutto) impensabile.

Io e il mio ragazzo abbiamo trascorso addirittura quattro ore all’interno, e molto del tempo è andato nel cercare di decifrare l’uso dei prodotti che ci trovavamo fra le mani.

Abbiamo comprato regali per tutti, perché la tentazione era irresistibile: cannucce per sbattere le uova, blocchi per appunti le cui pagine diventano cartoline, macchine fotografiche in cartone da tagliare e assemblare, tempietti in plastica con Hallo Kitty vestita da geisha, guanti da mano e da piedi per i massaggi.
Qualcuno ha definito Tokyu Hands “il negozio dove trovi tutto quello di cui non sapevi di aver bisogno”: non saprei ipotizzare descrizione migliore di questa.

TOKYO HOLIDAYS – Prima parte: l’impatto
Per un occidentale che approda per la prima volta a Tokyo l’impatto può essere scioccante. Trovarsi circondati da segni del tutto indecifrabili e sentire annunci in una lingua inintelligibile provoca un chiaro senso di smarrimento. All’aeroporto di Narita ci si confronta subito con le prime difficoltà pratiche, a cominciare dal biglietto del Narita Express (il diretto che porta in centro città), che richiede la prenotazione dei posti. Con in mano un tagliando in ideogrammi è ben difficile indovinare quale fra i numeri 7 – 12 – 4 rappresenti la carrozza, la fila e il posto.
Le stesse guide turistiche hanno toni vagamente allarmanti sulle difficoltà di orientamento che si possono incontrare, in particolare nell’utilizzo della vasta rete metropolitana (dodici linee). Noi soggiornavamo nei pressi della fermata di Ikebukuro e la guida ci annunciava subdolamente quanto fosse facile perdersi in quella che era la stazione con maggiori uscite dell’intera rete (ben 35!).

A questo va aggiunto che la toponomastica giapponese non prevede l’uso di indirizzi. Sì, esatto: non esiste il concetto di “Osaka Street number 27”. Le loro indicazioni si limitano a numeri che identificano edificio e quartiere. Un enigma quasi per gli stessi abitanti, che si muovono grazie all’ausilio di mappe o, più di recente, di navigatori satellitari installati sui cellulari. Alberghi, ristoranti, negozi per orientare i viaggiatori forniscono quindi piantine dettagliatissime: “Davanti al centro commerciale Parco girate a destra, raggiunto il McDonald’s girate a sinistra e proseguite fino al grande magazzino Biccamera”. Se non esistessero queste insegne commerciali un turista sarebbe letteralmente bloccato.
Malgrado queste difficoltà, che al principio spaventano davvero, posso dire con sollievo che a noi non è mai accaduto di perderci. Neanche una volta, neanche all’inizio nella tanto annunciata insidiosa stazione multi-uscite di Ikebukuro. E anzi, ci è bastato un giorno per intuire come spostarsi in città e questo ha cancellato ogni timore residuo.
In metropolitana fermate e uscite sono tutte indicate sia in ideogrammi giapponesi che in caratteri occidentali (in inglese). Anche gli annunci agli altoparlanti sono bilingue. Inoltre il vero segreto per girare Tokyo è trovarsi una sistemazione nei pressi della linea “JR – Yamanote”, un treno circolare che tocca tutti i punti nevralgici della metropoli: imparato a usare quello, il resto viene da sé.

Infine, più che in ogni altra città, è fondamentale l’ausilio di una buona guida turistica. Io e il mio ragazzo ce ne eravamo portate una a testa: io la guida della Lonely Planet (in inglese, non mi sembra esista una traduzione; in italiano ho trovato solo il volumone omnicomprensivo “Giappone”), lui quella (tradotta) di Time Out. E non c’è stato alcun confronto: ha vinto la sua su tutti i fronti.
[Consiglio per gli acquisti spontaneo: se vi recate nella capitale nipponica portatevi la guida di Time Out: è dettagliatissima, aggiornata, strutturata in modo assai pratico e soprattutto fornisce cartine eccezionali per ogni quartiere, seguendo le quali si arriva ovunque. Fine dello spot].
E una volta capito come muoverci, abbiamo scoperto un mondo di meraviglie.

TOKYO HOLIDAYS
Eccomi rientrato dalle ferie. La vacanza a Tokyo è stata eccezionale. Sto preparando un reportage che pubblicherò a puntate nei prossimi giorni. Ho molte cose da raccontare e spero di riuscire a ricordarle tutte (lo sapete che non prendo mai appunti, no? Un vizio assurdo per uno scrittore, ma è anche la mia regola aurea: se ti rimane in testa vuol dire che è significativo, se no era trascurabile). Intanto, come anticipo, vi presento il mio incontro con Pikachiu, avvenuto al Tokyo Anime Center.

ABDUCTION (E ALTRE STORIE)
Se sono stato latitante in queste ultime settimane e non ho aggiornato spesso il blog è perché sono stato risucchiato da un’imprevista collaborazione professionale. Un amico sceneggiatore mi ha coinvolto nella stesura delle prime puntate di una serie tv, uno dei tanti “numeri zero” che vengono realizzati da proporre alle reti televisive per le prossime stagioni. E’ stata un’esperienza interessante per me che non avevo mai fatto una cosa simile, ma tra scrittura e riprese il lavoro è stato abbastanza massacrante. Per tre settimane in pratica non mi sono occupato d’altro e soltanto questo weekend ho rivisto la luce, come un passante risucchiato da un’astronave aliena e poi rispedito sulla terra dopo giorni di assenza.
Intanto, visto l’interesse suscitato dal racconto “Tazze”, volevo segnalarvi la presenza on line di altri due miei racconti. Entrambi fanno parte dei testi inediti che avevo presentato dal vivo un paio di anni fa al festival di letteratura Pordenone Legge. Il primo si intitola “Pulito” ed è apparso sul sito Ombelicale.it, legato alla manifestazione pordenonese. Il secondo si intitola “Dio sul letto” ed è apparso anche in un’antologia pubblicata dall’editore Terre di Mezzo. La cosa curiosa è che sulla Rete non ho trovato il testo, ma una lettura. Su un blog chiamato “Scaravento” una ragazza dallo spiccato accento romagnolo ne fa una lettura integrale. E’ una sua iniziativa, non ne sapevo nulla, ma è stata una scoperta divertente.
Se volete leggere “Pulito” lo trovate qui.
Se volete ascoltare “Dio sul letto” dovete cliccare qui.
