Matteo B Blog

Il quaderno dei pensierini di Matteo B. Bianchi
domenica, 30 settembre 2007

JOHN WATERS - UN PAPA ALL'INFERNO (Seconda parte)

In effetti, tempo fa sarebbe stato inconcepibile immaginare che dai suoi film sarebbero stati tratti spettacoli musicali per famiglie. Oggi invece il processo è in corso e inarrestabile, tanto che anche il film “Cry baby” sta per subire lo stesso trattamento. “Ero quasi riuscito a convincere i due produttori di “Hairspray” a mettere in piedi uno spettacolo da “Female trouble” [storia di una psicopatica assassina che finisce sulla sedia elettrica, n.d.r.]. Certo, sarebbe dovuto essere uno show off-off-Broadway… (Ride) La verità è che secondo me ognuna delle mie pellicole si presterebbe a questa trasposizione, perché contengono tutte due aspetti, il buono e il cattivo, e dei personaggi caratteristici: la grassona, la ragazza innocente, il malvagio… L’ideale per uno show musicale”. Waters ci scherza sopra, ma la conversione da artista maledetto a idolo delle massaie non è né voluta, né ben tollerata.  Mi capita di essere fermato dalle casalinghe al supermercato che mi dicono: «Lei è il mio regista preferito! ». Io le guardo sbigottito e chiedo: «Vuol dire che lei ha visto “Multiple maniacs”?!?». Naturalmente non sanno neanche di cosa stia parlando. L’unica cosa che hanno visto è “Hairspray” (il musical, non la pellicola).  E’ anche in reazione a questa falsa adulazione che ho deciso di fare un film come “A dirty shame”, di tornare a fare qualcosa che provocasse o disgustasse la gente”.

Se c’è una cosa che Waters ha dimostrato di saper fare è proprio questa. “A dirty shame” è la storia di una casalinga borghese e bigotta (l’attrice comica Tracey Ullman) che dopo un incidente si trasforma in scatenata ninfomane. A guidarla in questo cammino di scoperta sessuale c’è una sorta di messia erotico (Johnny Knoxwille), secondo il quale la donna è la dodicesima apostola che il mondo stava attendendo. Il tentativo di convertire il resto dell’umanità alle gioie del sesso sfrenato da parte del profeta e dei suoi adepti rende la parte finale della pellicola una sorta di zombie soft-porno, che culmina con l’immagine conclusiva di una enorme colata di sperma sullo schermo. Metaforicamente credo sia la prima commedia della storia a eiaculare in faccia al pubblico. Sì, Waters è ancora perfettamente in grado di dare uno shock allo spettatore. E non sorprende affatto scoprire che nessun distributore italiano abbia acquistato i diritti per distribuirlo in Italia (il messia dell’orgasmo, i dodici apostoli sessuomani… Andiamo, ai critici dell’ “Osservatore Romano” sarebbe venuto un infarto!). 

Ancora una volta è la sua città natale il luogo dove è ambientata la pellicola. E se Woody Allen ha creato una mitologia su Manahttan, Waters ha fatto lo stesso con Baltimora, trasformandola agli occhi del pubblico americano nella capitale dei deviati e dei freaks. Il giornalista Robrt Pela, autore di “Filthy”, la più recente biografia dedicata a Waters, racconta di essersi aggirato per giorni nella città alla ricerca di questi personaggi assurdi che popolano le sue pellicole, senza trovarne alcuno. Desolato arriva a concludere che forse quella Baltimora degli spostati esiste solo nella mente del regista. “Questo perché è andato nei posti sbagliati! E’ andato in certi locali dove io non ho mai messo piede, tipo il bar “Cocky”, solo perché aveva un nome allusivo. Si è aggirato in quartieri residenziali, abitati da persone perbene. Avrebbe dovuto spostarsi in periferia, nei bar minacciosi popolati da ubriachi e operai nel dopolavoro. Posti appartati dall’aspetto poco raccomandabile… Non li avrebbe mai trovati. Al contrario, mi è capitato di incontrare gente che dopo aver bazzicato un po’ di questi posti mi ha detto: «Credevamo che tu avessi girato dei film di fantasia, ma adesso ci rendiamo conto che in pratica hai fatto dei documentari»”.

Restando fedele a se stesso Waters è riuscito dunque a raggiungere un obiettivo difficilissimo per un artista: essere oggetto di studio, ma continuare a essere inafferrabile. Così come ha conquistato il successo popolare, senza aver perso la credibilità presso il pubblico underground.  Una sola cosa in questo percorso è andata sacrificata: la sua passione viscerale per le vicende giudiziarie. Waters è un fanatico di criminali e serial-killer. In gioventù trascorreva gran parte del suo tempo nelle aule di tribunale per seguire i loro processi, attività che oggi gli è preclusa dalla sua stessa fama: “Non ci posso più andare, purtroppo. Ormai mi riconoscono, è diventato impossibile per me fare lo spettatore. Appena entro in aula tutti i giornalisti e le tv mi sono addosso: riprendono più me che l’imputato”. Ma se ne avesse ancora la possibilità, non ha dubbi su quale processo vorrebbe assistere: “Beh, Michael Jackson, naturalmente”.

A questo punto decido di sfoderare il mio asso nella manica, chiedendo a Waters se abbia mai sentito parlare di Wanna Marchi. Lui scuote la testa, incuriosito. Gli racconto in sintesi la vicenda: la venditrice televisiva, le urla, le alghe, l’ascesa verso il successo, il passaggio dalle alghe ai numeri fortunati, la denuncia, lo scandalo, il processo. Il regista mi ascolta affascinato, poi comincia a riempirmi di domande: era davvero famosa? Hanno parlato del processo in tv? Come era vestita in aula? Si è proclamata innocente o colpevole? A questo punto i ruoli sono decisamente invertiti: è lui che sta intervistando me. E con quale partecipazione! Quando l’addetto stampa del festival viene a comunicarci che il tempo per l’intervista è scaduto è Waters ad avere l’aria più delusa. Prima di allontanarmi chiedo al Papa del trash di autografarmi le copie dei suoi libri che ho portato con me. Spalanca “Shock value” e sulla prima pagina scrive: “See you in hell”, ci vediamo all’inferno. Detta da un Papa, è una promessa allettante.

 

 

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venerdì, 28 settembre 2007

JOHN WATERS - UN PAPA ALL'INFERNO (Prima parte)

 

A parte gli appassionati di cinema, il nome di John Waters è quasi sconosciuto al pubblico italiano. Negli Stati Uniti al contrario Waters è una vera e propria icona culturale, simbolo fulgido e deviante del cinema underground, tanto da essere oggetto di documentari, speciali televisivi, biografie e da essere diventato il presentatore ufficiale degli “Independent Sprit Award”, gli Oscar del cinema autoprodotto. Una sorta di Woody Allen perverso, amato dagli spettatori dei cinema d’essai ma anche dalle grandi star, da Johnny Depp a Christina Ricci, da Kathleen Turner a Melainie Griffith, che per girare con lui accettano ruoli degradanti e improbabili.

Nato e cresciuto a Baltimora, nel Maryland, Waters ha dedicato tutta la sua vita al cinema, cimentandosi fin da giovanissimo con filmati sperimentali girati in cantina o nel giardino di casa. Come ha rivelato nella sua seminale raccolta di saggi “Shock value” (edita anche in Italia dalla Lindau col titolo di “Shock”) fin dai suoi esordi amatoriali era convinto che per un regista senza mezzi, in una cittadina provinciale, borghese e sideralmente lontana sia dalle metropoli creative che dall’industria del cinema, ci fosse un solo mezzo per ottenere l’attenzione del pubblico: sconvolgerlo. Ed è quello che ha fatto, utilizzando un uomo come protagonista donna dei propri film (Glenn Milstead, che grazie a lui è diventato la leggendaria drag queen Divine), raccattando nei bar malfamati gli individui più improbabili per trasformarli in attori e scrivendo copioni pensati per stravolgere tutte le convenzioni della normalità. Nel 1969 gira il suo primo lungometraggio, “Mondo Trasho”, inserendo nel titolo quel riferimento alla spazzatura, che diventerà il suo marchio di fabbrica. Fin da subito i suoi film si conquistano un posto nelle proiezioni di mezzanotte, che tradizionalmente in America sono dedicate ai b-movies o al cinema più alternativo. Ogni volta le sue opere tendono a spingere oltre il pedale, fino al punto di non ritorno di “Pink flamingos”, storia della “persona più schifosa del mondo”, che si conclude con un’immagine entrata a pieno diritto nella storia del cinema: Divine che mangia le feci di un cagnolino. Il tutto, è ovvio, senza l’ausilio di trucchi o effetti speciali. Nessuno aveva mai osato tanto. E’ il boom: Waters si conquista il disprezzo della critica ufficiale, l’idolatria del pubblico alternativo e l’elogio di personaggi di culto come Debbie Harry e William Burroughs, che per lui conia una definizione memorabile, ribattezzandolo “il Papa del trash”. Da quel momento la carriera del regista è in costante ascesa. Il film “Hairspray – Grasso è bello” nel 1988 a sorpresa viene persino accolto al Festival di Cannes e Hollywood apre le sue porte al regista facendolo lavorare con i divi, benché i risultati non saranno mai quei blockbuster che i produttori avrebbero sperato. Il regista resta fedele ai suoi principi e gira film che difficilmente la massa potrebbe accettare. Infine, l’imprevisto: nel 2003 da “Hairspray” viene tratto un musical che spopola a Broadway, vince otto Tony award (l’Oscar del teatro) e di colpo il nome di Waters diventa popolare presso il grande pubblico. 

 

Per celebrare questo inusuale talento della celluloide quest’anno [2005 n.d.r.] il Festival di film con tematiche omosessuali di Torino gli ha dedicato una retrospettiva completa ed è in occasione di questo tributo italiano che ho avuto la possibilità di incontrato. Mi è parso inevitabile cominciare la conversazione parlando di trash, questa etichetta che si porta dietro da quasi trent’anni e che forse sta diventando insopportabile: “Diciamo che ci ho fatto l’abitudine. In fondo sono stato io il primo a utilizzare il termine “trash”, quando non lo faceva nessuno, anche se io lo facevo in forma nobile. Piuttosto oggi è un termine talmente abusato che bisognerebbe chiedersi che senso abbia. Nel corso di questi anni le cose sono cambiate tantissimo. Ciò che una volta era ritenuto provocatorio ora è considerato solo divertente. Riguardati con gli occhi di adesso i miei film degli esordi sembrano delle comuni commedie”. Ha ragione: le provocazioni contenute nelle sue prime opere oggi sono presenti a dozzine nei vari “America pie” o “Maial college” che i ragazzini guardano la domenica pomeriggio senza che si scandalizzi nessuno. Hanno perso tutto il loro potere eversivo perché il mondo stesso è diventato più perverso nel frattempo. Intanto il successo del musical gli ha regalato soddisfazioni impensabili prima.  E’ stato grandioso, soprattutto per i miei genitori. Alla prima del musical “Hairpray” per la prima volta hanno potuto dire «Ci siamo divertiti moltissimo!», e senza mentire”. Un bel ribaltamento di prospettive, se pensiamo che ai suoi esordi la domanda che più frequentemente gli veniva posta era: «Ma lei ce li ha dei genitori?!?». “Oggi non me lo chiedono più, anche perché ormai tutti conoscono i miei. Anzi, sono loro stessi a dare interviste ai giornalisti, ad apparire in tv e nei documentari. L’altro giorno ho sgridato mio padre: «Smettila di oscurarmi!». Sono stufo di leggere articoli in cui prima parlano di lui e poi di me…Mia madre invece mi ha confessato che la cosa più fastidiosa dell’andare alle prime dei miei film è che tutti i giornalisti le puntano gli occhi addosso: controllano le sue reazioni. Poveretta. Ogni tanto mi sento in colpa. Che bisogno c’è, mi chiedo, di sottoporli alla visione di pellicole sulle perversioni sessuali? In questo senso è esemplare il commento di mio padre al termine del mio ultimo film, “A dirty shame”: «Carino. Spero di non doverlo rivedere mai più». E’ la migliore recensione che abbia ricevuto. Temo che ormai i miei genitori da me si aspettino qualsiasi cosa. Potrei andare una sera a cena da loro e dire: «Mamma, oggi ho assassinato cinque persone». La sua reazione sarebbe: «Interessante. Vuoi vedere come ho sistemato il giardino?»”.

[Nella foto: Waters e sua madre]

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giovedì, 27 settembre 2007

LA LACCA DI JOHN

 

Domani esce sugli schermi italiani “Hairspray” il film musicale con John Travolta in drag ispirato all’omonimo musical di Broadway, a sua volta ispirato allo (splendido) film di John Waters del 1988. Ho adorato la pellicola originale e temo fortemente che questo remake hollywoodiano possa essere deludente. Andrò al cinema questo weekend per risolvere il dubbio.

Intanto l’uscita del film mi offre l’occasione per fare qualcosa che progettavo da mesi, ossia pubblicare sul blog la mia intervista a John Waters. Come i lettori più fedeli già sapranno alla nausea, Waters è uno dei miei tre massimi idoli. Il nostro incontro risale a tre anni fa a Torino, in occasione della presentazione in anteprima del suo ultimo film “A dirty shame”. L’intervista mi era stata commissionata dal mensile “Rolling Stone”, ma poiché la pellicola non ha trovato un distributore italiano e non è arrivata nelle sale, l’articolo non è mai stato pubblicato.

Lo presento dunque qui, ed essendo piuttosto lungo, lo pubblicherò a puntate nel corso dei prossimi giorni.

 

N.B. Nelle foto le due incarnazioni di Edna Turnblad: l’attuale Travolta e l’originale, ben più cattiva, Divine.   

 

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domenica, 16 settembre 2007

MIRACOLO! LA NUOVA ‘TINA!

 

All’inizio dell’anno avevo promesso due numeri nuovi di ‘tina come imminenti. Fedele alla mia tradizione di millantatore, ho lasciato trascorrere nove mesi da allora, benché i numeri fossero EFFETTIVAMENTE quasi pronti entrambi. Sorvoliamo ora sulle traversie che li hanno caratterizzati e veniamo alla notizia importante: il nuovo numero di ‘tina è (davvero e finalmente) on line. Non solo: si presenta in un nuovo formato e si tratta di un numero specialissimo.

Cominciamo con la novità tecnica. Per esaudire le numerosissime richieste, a partire da questa uscita ‘tina sarà in versione .pdf, ossia scaricabile e stampabile. Quasi una rivista vera, insomma, e non più una faticosa lettura da fare necessariamente via Internet.

Ma la vera chicca è il contenuto. Stavolta infatti ‘tina si presenta con una struttura anomala e originale: non una raccolta di racconti, ma un dizionario.

Ho chiesto a numerosi scrittori (tra esordienti, autori celebri e celeberrimi) di dirmi quale fosse la loro parola preferita e di darmene una definizione. Ho battezzato il risultato “Dizionario affettivo della lingua italiana”, perché (forse per la prima volta) qui i lemmi sono scelti per ragioni sentimentali e non semantiche. Un esperimento dunque. L’ennesimo, nella tradizione ludica e pop che da sempre caratterizza la rivistina.

Se volete sapere quali sono le parole più amate da Tiziano Scarpa, Paolo Nori, Marco Mancassola, Gianluca Morozzi e di altri autori non vi resta che recarvi prontamente qui.

 

PS: Grazie di cuore a Riccardo che ha impaginato, .pdffato e messo on line la rivista.

 

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martedì, 11 settembre 2007

BANALITA’ DI UN 11 SETTEMBRE

 

Una delle domande più frequenti del decennio è sicuramente: “Cosa stavate facendo l’11 settembre 2001, mentre a New York crollavano le torri gemelle?”. La diffusione della domanda è legata alla certezza della risposta. Perché TUTTI ricordano con precisione ciò che stavano facendo in quel momento.

Io stavo ordinando dischi su Internet. Ero alla redazione di “Dispenser”, nella sua vecchia sede di via Lecco 12, sopra la Borsa del Fumetto, insieme agli altri autori della trasmissione. In quel periodo ero in fissa con il lounge e con un genere effimero di melodica elettronica denominato “dream pop”. Ricordo che proprio quel pomeriggio, navigando sulla rete, mi ero imbattuto in un negozio on line specializzato in questo tipo di prodotti. Di solito li compravo su altri siti, ma questo aveva un catalogo molto più fornito e prezzi più vantaggiosi. Ero entusiasta della mia scoperta. Stavo selezionando i dischi da ordinare quando Giorgio Bozzo, il produttore della trasmissione, ci ha chiamato nel suo ufficio, urlando – Venite a vedere! -. Siamo corsi nel suo studio, dove c’era la televisione, e abbiamo assistito alla scena ripetuta dell’attacco alla due torri  e al crollo della prima. I commenti dei giornalisti erano ancora confusi e privi di reali dati. E io ho avuto una reazione assurda, di cui mi meraviglio ancora ripensandoci: sono tornato alla mia postazione e ho completato l’ordine. Ho scelto gli ultimi dischi, ho inserito i dati della carta di credito, ho premuto invio. So che suona disgustoso oggi, ma in quel momento la mia mente ha reagito con totale incredulità: come se le scene trasmesse dal televisore fossero false, un programma senza senso, un invasione dei mondi alla Orson Wells. Mi ero rifiutato di registrare l’informazione. L’ho ignorata. Poi ho sentito gridare dalla sala della tv e sono tornato a vedere: era crollata la seconda torre. Pochi secondi dopo mi è squillato il cellulare. Era Alberto, il mio compagno, che mi chiamava da un bar: - Hai visto cosa sta succedendo? -. E’ solo in quel momento, solo ascoltando la sua voce che proveniva da qualche punto distante della città, che ho capito che era tutto vero.

 

La sera, a casa, è accaduto di nuovo. Come tutti, anche noi stavamo di fronte al televisore a rivedere le stesse immagini in loop, rimbalzate da un canale all’altro, e a seguire la lunga diretta di “Porta a porta”. A un certo punto ho deciso di andare a letto. Alberto si è quasi arrabbiato: - Come puoi andare a dormire con quello che sta succedendo? -. Già, come potevo andare a dormire?

 

Ho ripensato spesso a quei momenti. A me che ordino dischi e che vado a letto mentre il mondo precipita nella follia. Ai tempi lunghi di assorbimento che mi ha richiesto questo evento nei giorni successivi. E ho cominciato a fare i conti con i miei limiti, con la mia incapacità di accettare l’abisso.

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giovedì, 06 settembre 2007

TOKYO HOLIDAYS – Decima parte: Videoreport

 

Dopo tante chiacchiere, ecco una testimonianza video. Il secondo numero del podcast di matteobblog è dedicato a Tokyo: cinque minuti di immagini prese per le strade, nei negozi, nei parchi. Si tratta di riprese amatoriali fatte con una camera a mano (e traballante qua e là), ma credo sufficienti a rendere l’idea di ciò che ho raccontato finora. Una precisazione: essendo quasi privo di commento, il filmato va inteso come complemento a questo lungo reportage scritto (quindi, se ancora non l’avete fatto, leggete le nove puntate prima di guardarvi il video).

Le proiezioni hanno luogo qui.

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mercoledì, 05 settembre 2007

TOKYO HOLIDAYS – Nona parte: Italiani brava gente

 

Girando per Tokyo si vedono pochi occidentali e si ha dunque l’impressione (errata) che ci sia poco turismo. In verità la città è piena di turisti, ma la maggior parte sono cinesi o koreani, ossia con caratteristiche somatiche per noi difficilmente distinguibili da quelle degli abitanti locali. Di italiani in vacanza a Tokyo comunque ne abbiamo incrociati pochissimi.

Una cosa che mi diverte sempre quando sono all’estero è rintracciare la presenza di tracce nostrane. Una piacevole scoperta è stata quella di notare che il Caffè Segafredo abbia aperto diversi bar in città: per un malato di caffè quale io sono sapere di poter bere un espresso italiano nell’emisfero opposto del pianeta rappresenta l’espressione più positiva della globalizzazione. Invece fa sempre ridere rinvenire marche o imprese commerciali di presunta matrice italiana che non hanno alcun equivalente da noi. Dopo sei giorni di cucina locale una sera ho ceduto alla tentazione di tornare a mangiare italiano e siamo finiti in un ristorante chiamato “Buco di muro”: un nome che sicuramente suona bene per un giapponese, ma a noi risulta quantomeno inappropriato. Un pomeriggio a Shibuya invece ci siamo imbattuti nel negozio di moda italiana “Buona giornata Coppia”, un nome che ho trovato esilarante per una boutique.

Di solito quando sono all’estero e incrocio casualmente dei connazionali non ho alcun desiderio di comunicare con loro. A Tokyo, forse perché la visita si stava rivelando così entusiasmante, forse perché davvero non avevamo visto un italiano da nessuna parte, avevamo invece molta voglia di scambiare opinioni con altri turisti nostrani. Una sera in metropolitana, mentre tornavamo verso l’albergo, abbiamo individuato una coppia con una guida turistica italiana in mano e abbiamo pensato di chiedere loro cosa ne pensassero della città. Mi sono avvicinato, ma mi sono bloccato ancor prima di potermi presentare. Il ragazzo si stava lamentando rabbiosamente del fatto che il suo cellulare non funzionasse e annunciava alla fidanzata che al ritorno avrebbe protestato con il proprio gestore telefonico. Dal discorso era evidente che i due fossero a Tokyo da alcuni giorni, ma lui evidentemente non rinunciava ad estrarre l’apparecchio ogni tanto per fare un nuovo tentativo di connessione. Non solo: per ovviare l’inconveniente aveva affittato un telefono in loco, col quale sino a quel momento aveva fatto una singola chiamata. In altre parole: un cellulare non gli serviva a nulla, eppure non si capacitava di doverci rinunciare per una vacanza (e poi sono i giapponesi quelli fissati con la tecnologia). Terminato il monologo sulle telecomunicazioni scadenti, è passato a lamentarsi delle difficoltà di comprensione con i commessi dei negozi e i camerieri dei ristoranti. – Ma hai visto come sono? Devi parlargli piano e non capiscono lo stesso. Sono come dei bambini deficienti TUTTI -. L’inversione di prospettiva era stupefacente: non era lui incapace di farsi comprendere ma l’intera popolazione a non essere in grado di capirlo. Ha proseguito: - E poi guardali, hanno la faccia da scimmia! -. Inutile dire che questi insulti erano pronunciati ad alta voce, nella convinzione che nessuno avrebbe potuto decifrarli.

Ecco, per una volta che ci era venuta voglia di scambiare due chiacchiere con degli italiani...  

 

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martedì, 04 settembre 2007

TOKYO HOLIDAYS – Ottava parte: Questioni d’abitudine

 

Un italiano (ma anche un americano, se è per questo) è abituato al concetto di “centro commerciale” come agglomerato di negozi. Per questo si sorprende all’inizio di constatare quanto spazio le guide turistiche diano ai centri commerciali di Tokyo. Li si associa a un’idea di consumo di massa e ristorazione fast-food, dunque non esattamente mete degne di una visita. Nella capitale giapponese la realtà è diversa: questi centri sono da intendersi quasi alla stregua di quartieri dallo sviluppo verticale. Sono di dimensioni enormi e spesso costituiti da edifici contigui. Al loro interno non si trovano solo negozi, ma ogni tipo di attività (bar, musei, acquari, parchi giochi, piscine, sale karaoke). Del resto l’intera Tokyo è una città sviluppata in verticale, e non potrebbe essere altrimenti, considerando gli spazi disponibili e la densità di popolazione (la metropoli e il suo hinterland raggiungono la cifra impressionante di 35 milioni di abitanti, conquistando il primato di città più popolosa del mondo). Ovunque, e a qualsiasi ora del giorno e della notte, si è circondati da una moltitudine di persone. Il concetto di “isolamento” appare come una pura astrazione. Un vagone del metrò a mezzanotte è affollato come in pieno giorno. Le strade e i negozi pieni di clienti. Dopo un po’ questa presenza costante di gente diventa normale, come il rumore continuo. Ma occorrono alcuni giorni di assestamento per assorbirla. Così come si impiega un po’ di tempo a capire che lì bisogna prendere l’abitudine di alzare la testa e guardare verso l’alto: ristoranti, caffé, negozi si trovano ai piani diversi di ogni palazzo. Per noi europei, abituati come siamo ad avere i locali a livello strada, è innaturale. E comunque la selva di insegne in ideogrammi che indicano le attività ai vari piani restano un mistero per il turista e l’ipotesi di entrare in edifici a caso per verificare cosa offrono è decisamente insensata. Un centro commerciale è un’alternativa ben più valida.

Vinta la diffidenza iniziale, noi abbiamo capito che tali centri offrivano una soluzione ideale, per esempio, per andare a mangiare: piani interi di ristoranti fra cui scegliere, con cucine di ogni tipo e magari con vista panoramica.

L’esempio perfetto è Roppongi Hills, una sorta di città dentro la città, costituita da tre edifici che si affacciano sulla stessa piazza e che all’interno racchiudono ogni tipo di soluzione, dagli appartamenti privati agli uffici, ai negozi, ai cinema, agli studi televisivi, alle gallerie d’arte. Il palazzo più alto, la Mori Tower (54 piani), ospita un ottimo museo d’arte moderna e il Tokyo City View, un osservatorio panoramico.

Noi ci siamo andati una sera e dopo una cena in un delizioso ristorantino di tonkatsu (cotoletta di maiale), abbiamo preso l’ascensore fino all’ultimo piano. Temevamo che il City View fosse la classica attrazione da turisti, invece si tratta di un’esperienza fantastica: l’osservatorio è a 360° e la vista notturna da quell’altitudine è semplicemente mozzafiato (le foto, ahimé, non rendono giustizia).

La sera in cui abbiamo conosciuto Masahito, ci ha fatto una proposta irrinunciabile: visitare una sala karaoke prima di recarci nei locali gay. Intendiamoci sull’irrinunciabile: io sono una frana a cantare e non mi interessava affatto esibirmi, ma il karaoke è la vera passione nazionale e poterne fare l’esperienza con un cittadino è un’altra cosa. A Tokyo ci sono interi palazzi dedicati a questo hobby e ogni volta che ci passavamo accanto ci chiedevamo come funzionasse la faccenda. Con Masahito abbiamo potuto sciogliere ogni dubbio. Ci ha condotto in un edificio di Shinjuku al cui ingresso abbiamo prenotato una stanza per un’ora. Poi siamo andati in ascensore al piano indicato, ci siamo chiusi in questa cameretta e lui, con rapidità da esperto, ha azionato la tv e ci ha consegnato dei visori sui quali scorreva l’elenco ricchissimo di canzoni da cui scegliere (del repertorio internazionale: fra gli italiani c’era Bocelli, Modugno, la Pausini e... l’attore Rossano Brazzi, chissà perché). Intanto che selezionavamo, lui ha estratto da un’agenda la sua “lista karaoke”. Dice che in Giappone molti utilizzano questo sistema: si segnano i brani preferiti da interpretare, così non perdono tempo a sceglierli ogni volta. Eravamo stupefatti dalla professionalità. Nelle stanze accanto alla nostra altri gruppi di amici si esibivano in prove canore e in corridoio un cameriere in divisa era in attesa di ordinazioni, nel caso (probabile) che a qualcuno venisse sete. Masa ci ha detto che il karaoke è talmente naturale per loro che capita addirittura che ci vadano anche da soli, per esempio quando devono ammazzare il tempo nell’attesa di un appuntamento. E lo confesso, quasi vergognandomene: l’ora che avevamo prenotato è passata velocissima. Davvero.

 

Se Tokyo è così affollata è perché evidentemente i giapponesi si riproducono. Infatti di raro mi è capitato di vedere in giro così tanti bambini come a Tokyo. E con che invidia li osservavo. Perché deve essere fantastico avere sette anni nella capitale giapponese: il numero di attrazioni dedicate all’infanzia è enorme. Basti pensare al proliferare di fumetti, cartoni animati, costumi e gadget. Inoltre in ogni centro commerciale c’era come minimo un parco giochi.

Al Sunshine City di Ikebukuro, vicino al nostro hotel, c’era un’area con intrattenitori professionali che coinvolgevano in giochi di domande e risposte bambini estasiati a cavallo di giostrine. Nello stesso edificio c’era anche un parco dedicato a Hello Kitty: piscine, computer, distributori di pop-corn tutti con l’effige della gattina più famosa al mondo. E che rabbia non potersi unire al coro dei piccoli festanti.  

 

Sull’attrazione dei giapponesi per l’infanzia però ci sarebbe anche da discutere. Forse sto cadendo nel pregiudizio e nei luoghi comuni anch’io, però in pratica ogni rivista erotica o dvd porno che mi è capitato di vedere nelle vetrine dei negozi era dedicato a ragazzine in divisa da scolarette, nessuna delle quali sembra maggiorenne. La cosa curiosa è che anche gli oggetti più hard (vagine in plastica, vibratori, dildos) non hanno foto illustrative sulle confezioni, ma disegni stile manga (il che rende tutto vagamente meno spinto e un po’ più, appunto, “infantile”).

Persino le bambole gonfiabili sono vendute con la divisa scolastica. E’ una mania!

 

Infine, ancora una cosa sul rumore di Tokyo. Ho citato le sale pachinko, gli imbonitori nei negozi, gli spot stradali, la folla. Ma anche la natura si è rivelata tutt’altro che silenziosa. Una caratteristica imprevedibile di Tokyo d’esate è che è piena di cicale. Chiassosissime. Basta abbandonare le vie trafficate ed entrare in un parco o recarsi nei dintorni di un tempio per rendersene conto. I viali alberati ne sono pieni. Un brusio così intenso e costante che quasi rimpiangi il caos urbano.

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lunedì, 03 settembre 2007

TOKYO HOLIDAYS – Settima parte: Gay(jin)

 

Che la vita gay di Tokyo fosse leggermente ostica per uno straniero l’avevo intuito prima di partire. Su Internet si trova assai poco sull’argomento. La guida Spartacus, che alle grandi capitali dedica mediamente una trentina di pagine, liquida l’intero Giappone in dieci striminzite paginette. Ucci ucci, sento odor di problemucci. Pertanto il giorno della partenza ho navigato su una chat in lingua inglese e ho contattato il ragazzo la cui foto mi ispirava maggiore simpatia. Gli ho inviato un messaggio vagamente ricattatorio (sui toni di: siamo una povera coppia di stranieri sperduti, aiuto) e ho atteso una reazione. Un paio di giorni dopo da un Internet café ho scaricato la posta e ho trovato la sua risposta, completa di numero telefonico. L’ho chiamato e ci siamo accordati per vederci qualche sera dopo.

Incontrando il nostro Virgilio delle notti gaie giapponesi abbiamo scoperto che si chiamava Masahito, era impiegato in una ditta di prodotti chimici, aveva trent’anni ed era di un’allegria contagiosa. Non potevamo essere più fortunati, anche perché il povero ragazzo si è sentito in dovere persino di portarci in un ristorante tipico di yakitori (pollo allo spiedo alla griglia) in un posticino delizioso e per niente turistico che da soli non avremmo mai trovato. Lì ci ha illustrato la situazione dei locali gay. Ce ne sono moltissimi, ma (come spesso avviene) aprono e chiudono con facilità, quindi anche le poche guide esistenti non riescono a stare al passo con tali mutamenti. La cosa migliore è fare affidamento ai vari giornali gratuiti distribuiti nei locali stessi, ma sono tutti in ideogrammi, quindi inutili per un turista. Insomma, Masahito ci era indispensabile e lui ne era consapevole e divertito.

Ci ha anche detto che spesso i locali sono raggruppati in zone e legati a diverse fasce d’età. Nel quartiere di Ueno si trovano bar rivolti a una clientela un po’ più adulta, nel quartiere di Shinjuku (confinante con Shibuya) i locali per i giovani e i giovanissimi. In palese contrasto con la nostra età anagrafica, noi gli abbiamo chiesto di portarci a Shinjuku.

Masa ci ha portato al The Base, riconosciuto come l’unico bar orso della zona. La definizione “orso giapponese” in pratica è un ossimoro, trattandosi di un popolo magro e quasi totalmente privo di peli, ma sorvoliamo. Il punto interessante invece è il concetto giapponese di “bar gay”. Niente a che vedere con i locali occidentali dove la gente va per bere qualcosa e fare nuove amicizie, posti ampi, con musica ad alto volume, video, talvolta persino sale per ballare. I bar giapponesi al contrario hanno le dimensioni di un salotto e soprattutto la medesima funzione. Varcando la soglia di questi locali si ha l’impressione di aver messo piede in una casa privata, e senza essere stati invitati. La sensazione è accresciuta dal fatto che quasi sempre questi esercizi non sono a livello stradale, ma al secondo o terzo piano di un palazzo, o nel seminterrato, un’ubicazione che noi associamo all’idea di appartamento.

All’interno del The Base si trovavano un piccolo banco e tre tavolini (di più sarebbe stato impossibile, date le dimensioni). Al nostro ingresso tutti i clienti si sono voltati a guardarci (un imbarazzo!). Noi abbiamo occupato l’unico tavolo ancora libero. Le persone sedute agli altri tavoli o al banco hanno continuato i discorsi che avevamo interrotto e da quel momento non ci hanno più rivolto uno sguardo. Masa ci ha spiegato che i giapponesi spesso vivono in appartamenti piccolissimi e che dunque utilizzano i bar come luogo per ritrovarsi con gli amici, non per fare nuove conoscenze (appunto: un salotto). Se non ci fosse stato lui con noi non so davvero come avremmo potuto reagire. Il prezzo dei drink è piuttosto alto per gli standard locali (un alcolico costa circa una decina di euro), ma comprende un cestino di dolci e salatini ed è un implicito contributo all’affitto pagato dal proprietario. E se proprio si vuole fare amicizia si può chiedere a lui di fare le presentazioni (un’opzione poco praticabile da un turista che non mastica la lingua).

Il resto della serata ha rappresentato un minore shock culturale. Siamo passati accanto a bar con vetrine sulla strada e una piccola folla all’aperto che beveva e chiacchierava, come i nostri bar estivi, poi siamo andati in una discoteca del tutto simile agli standard occidentali. E lì siamo tornati a sentirci integrati nella società.    

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domenica, 02 settembre 2007

TOKYO HOLIDAYS – Sesta parte: Non solo Sakamoto

 

Una parziale delusione è arrivata dai negozi di dischi. Da anni sentivo favoleggiare di ristampe introvabili, edizioni limitate, confezioni spettacolari. Forse un tempo era così. Oggi i grandi negozi di Tokyo (come i già citati HMV e Tower Records di Shibuya, entrambi giganteschi) offrono all’incirca gli stessi dischi che si trovano a Londra, Parigi, Berlino o Milano. E del resto, in piena era Internet, parlare di rarità reperibili solo in alcune aree geografiche è un puro anacronismo.

Il discorso cambia quando si passa alla musica nazionale. Trovarsi di fronte uno o due piani di cd dedicati esclusivamente al J-pop dà le vertigini. Noi abbiamo dedicato alcune ore all’ascolto di dischi sconosciuti alle cuffie dei vari reparti. Ci facevamo ispirare dalle copertine e dalla grafica, non avendo altri criteri su cui contare. La maggior parte erano gruppetti trascurabili che si rifacevano allo stile americano, cloni locali di Eminem, delle Pussycat Dolls o di Britney, come ovunque. Ma qualcosa di interessante alla fine l’abbiamo individuato. Tra i nomi già noti: “Nuit”, il nuovo album dei Cubismo Grafico (con un bel libretto rivestito in plastica nera), e “SPECIALOTHERS”, album di cover di Kahimi Karie (l’inarrivabile interprete di “Giapponese a Roma”).

Tra i nomi mai sentiti prima: Aira Mitsuki, nuova stellina del dance-pop col singolo “Colorful Tokyo sounds number 9” (ecco qui il video), e la vera rivelazione, tale Yuki, che in Giappone è un idolo. Un po’ Bjork, un po’ P.J. Havery, un po’ Nicolette Larson: un mix impossibile, appunto. Non ho idea di come si intitoli il nuovo singolo, perché è in ideogrammi, ma la canzone mi piace moltissimo e potete ascoltarla qui. Grazie a una ricerca su YouTube ho scoperto anche la produzione precedente di Yuki, che è fantastica. Con “Joy” ha vinto il premio “miglior clip dell’anno”. Con "The end of shite" avrà scandalizzato qualcuno. Ma è con “Sentimental journey” che credo abbia raggiunto il vertice: è da storia del videoclip, uno di quei filmati che vedi una volta e non dimentichi mai più.

 

postato da: matteobblog alle ore 14:57 | link | commenti (5) | commenti (5)
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