Matteo B Blog

Il quaderno dei pensierini di Matteo B. Bianchi
mercoledì, 28 novembre 2007

RAGAZZA IN FABBRICA

Per intuibili ragioni warholiane e per l’esplicita dichiarazione contenuta in questo post, attendevo con ansia l’uscita italiana di “Factory girl”, il film di George Hickenlooper sulla tragica parabola newyorchese dell’ereditiera e modella Edie Sedgwick. Ho visto la pellicola questo weekend e ne sono rimasto molto deluso (anche se ero preparato: le critiche USA non promettevano niente di buono).

Il film ha dei pregi innegabili: la ricostruzione della Factory nel periodo silver è molto efficace, la somiglianza fisica di Sienna Miller con Edie è impressionante (e la Miller è molto brava) e la figura di Warhol viene fuori nel suo aspetto peggiore e meno rappresentato, quello licantropico, da sfruttatore più o meno consapevole dei ricchi figli di papà che aveva intorno. Si può quasi affermare che se “Factory girl” fosse stato un documentario, sarebbe stato ottimo. Però non è un documentario e come pellicola ha un grave, enorme difetto: una storia così affascinante e drammatica, una vicenda simbolica di un momento storico-culturale irripetibile, una vita nella quale si mischiano arte, moda, musica, denaro, fama, amore e incesto, viene trattata come se fosse bidimensionale e scontata, tanto che lo spettatore non prova mai un attimo di commozione, di partecipazione reale.

Peccato. Edie meritava di meglio (nell’esistenza terrena e in quella cinematografica). 

 

 

 

 

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mercoledì, 21 novembre 2007

UNA COME FRANCESCA

 

In questi giorni è uscito il primo romanzo di Francesca Ramos, “Una come me” (La Tartaruga edizioni. Alcuni di voi ricorderanno Francesca per l’ottimo racconto “Domenica” apparso sul penultimo numero di ‘tina e in seguito inserito nell’antologia “Voi siete qui” di minimum fax come uno dei migliori esordi narrativi del 2006.

“Una come me” a mio avviso è un bellissimo romanzo, una storia di amore fra donne scritta con grande acume e sensibilità, per nulla scontata e molto vera. E’ quasi difficile credere che si tratti del libro di una debuttante.

Venerdì 23 novembre alle 18.30 presso la Libreria Centofiori in corso Indipendenza 9 a Milano, presenterò il libro insieme all'autrice e alla giornalista Bruna Morelli di Radio Popolare. Francesca (che è anche una musicista e cantautrice) promette anche di cantare un paio di brani. Se siete nei dintorni, fate un salto.

 

 

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lunedì, 19 novembre 2007

IO DON GIOVANNI MA TU?

 

Dal momento che curo recensioni di libri mi vedo recapitare svariati volumi quasi ogni giorno. Alcuni sono testi che ho richiesto personalmente, ma la maggior parte mi arrivano dalle case editrici a loro discrezione. Come capita a qualunque lettore, anch’io ho i miei tempi e le mie istintive simpatie. Così ci sono volumi che restano settimane sul comodino prima che mi decida a sfogliarli e altri che divoro appena entrano in casa. A questa seconda categoria appartiene il saggio “Specchi opposti” del giornalista musicale Ivano Rebustini, pubblicato dall’editore Arcana, che ho ricevuto settimana scorsa e letto nel giro di un paio d’ore. La verità è che da anni aspettavo un libro del genere. Il saggio infatti si occupa della produzione discografica di Lucio Battisti a partire dal sodalizio col paroliere Pasquale Panella.

Io ho avuto con Battisti un rapporto inversamente proporzionale rispetto al resto dell’Italia. Mentre tutti si esaltavano per i fiori rosa, fiori di pesco, per le donne per amico e per i nastri rosa, io Battisti lo ignoravo proprio. Poi è uscito l’album “E già”: era un po’ un pasticcio, ma ha cominciato a incuriosirmi (non al punto da comprarlo e ascoltarlo, ma almeno di accorgermi della sua presenza). Poi è arrivato Panella, è uscito “Don Giovanni” e io ho avuto la mia folgorazione battistiana. A quel punto radio e pubblico hanno cominciato a snobbarlo, a criticare aspramente l’uso sfrenato dell’elettronica, ma soprattutto quei testi così sperimentali e incomprensibili. Ossia le ragioni esatte per cui stava infiammando me.

Il brano “Don Giovanni” in particolare mi sembrava già allora non solo il capolavoro (insuperabile e infatti rimasto insuperato) del cantautore, ma anche uno dei vertici della musica italiana. Da quel momento ho seguito fedelmente le uscite biannuali del duo, con quella grafica austera, quel rigore geometrico (sempre otto brani, sempre senza note interne, sempre copertine bianche). E ogni disco mi convinceva più del precedente (“Hegel” è ancora attualissimo come sonorità).

Quando Battisti è scomparso io ho sentito moltissimo la sua perdita, proprio perché stavo seguendo QUEL percorso artistico. Per la maggior parte del pubblico Battisti era già morto dodici anni prima.

E infatti non riesco a sopportare tutte le continue serate tributo a Battisti, le celebrazioni e gli omaggi dei cantanti italiani: non uno che prenda in considerazione la produzione elettronica del cantante, tutti si fermano a “Una giornata uggiosa”, come se dopo ci fosse il nulla. Non stanno celebrando affatto l’artista, stanno celebrando solo quella parte di percorso che erano riusciti a seguire: il resto preferiscono non considerarlo.

Panella l’hanno apprezzato dopo, forse, quando ha scritto un’altra opera di genio, quel “Vattene amore” di Minghi e Mietta (anche se non l’ha firmata), riuscendo nell’incredibile operazione di scrivere un testo che era la rappresentazione più melensa di un canzone d’amore e al contempo la sua sfacciata parodia.

E comunque, grazie al saggio di Rebustini (che analizza riga per riga i testi di Panella, ma che è purtroppo assai scarso di annotazioni sui rapporti personali fra i due, cosa sulla quale resto assai curioso) ho ripreso a sentire i dischi del periodo bianco battistiano. Non ascolto altro da una settimana. E mi sono pure comprato il cd di “E già” per spirito di completezza.

Eppure lo so che siamo in pochi, ma non sono il solo, ad apprezzare la parabola finale del cantautore. Chi di voi è con me?

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giovedì, 15 novembre 2007

 

VIVAVOCE EPISODIO CINQUE: IVAN COTRONEO

 

Esce in questi giorni in libreria “La kryptonite nella borsa” (edito da Bompiani), il nuovo romanzo di Ivan Cotroneo. Io l’ho letto d’un fiato e mi è sembrata la sua opera migliore, dal tono leggero e scorrevole, ma allo stesso tempo profondamente umana e sensibile. Un ritratto di famiglia scritto col sorriso sulle labbra. In occasione della pubblicazione ho scritto all’autore per fargli una breve intervista. Eccola.

 

Dal momento che scrivo libri, collaboro con alcune riviste, sono autore di una trasmissione tv e curatore di una webzine, mi sento continuamente ripetere la stessa domanda: “Come fai a portare avanti tutte queste attività insieme?”. Finalmente qualcuno che è ancora più attivo di me: tu sei traduttore, scrittore, sceneggiatore, autore televisivo, giornalista e persino dj. Ora è il mio turno di chiederlo a qualcuno, e non vedevo l’ora: “Come fai a portare avanti tutte queste attività insieme?”

Con molta allegria. E - si può dire? - molta passione. A parte la saltuaria attività da dj, tutte le altre occupazioni riguardano la scrittura, e dal momento che scrivere mi piace molto, non sento la fatica. In effetti non è solo una questione di 'piacere'. Io sono molto più a mio agio quando scrivo che quando faccio qualsiasi altra cosa (e sottolineo qualsiasi, comprendendo anche tutte le attività non professionali).  A volte quando parlo con qualcuno e ho difficoltà a spiegarmi (tipo nei litigi, nelle dichiarazioni d'amore, nei momenti cruciali in cui devo spiegare in dettaglio le mie preferenze su qualche tema sensibile eccetera) mi viene voglia di dire: 'aspetta, aspettami mezz'ora qui, vado a scriverti cosa intendo e poi te lo leggo.'  Purtroppo nessuno aspetta mezz'ora e se ritornassi mi troverei solo con il mio foglietto in mano. Quindi mi spiego male (a voce), torno a casa e cerco di spiegarmi meglio scrivendo per me.

 

 

Hai appena pubblicato il tuo nuovo romanzo, “La kryptonite nelle borsa”, un tenero ritratto di famiglia visto con gli occhi di un bambino. Il tono è radicalmente diverso da quello dei tuoi due precedenti, il primo dalle venature acide e il secondo decisamente sofferto. Come sei arrivato a questo cambiamento?

Non lo so bene come ci sia arrivato, come spesso succede quando si scrive. Il mondo visto con lo sguardo di un bambino, quell'ottica un po' distorta in cui non si capiscono alcune cose e si capiscono molto bene alcune altre... tutto questo mi ha sempre attratto, penso a libri come 'La vita davanti a sé' o a film come 'La mia vita a quattro zampe’. Ma pur volendo scrivere da un po' questo romanzo, prima non ero mai riuscito a farlo.  Forse nel frattempo sono cambiato io. Sicuramente è cambiato il mio rapporto con la mia famiglia, e con la mia infanzia. In meglio. Adesso ho meno venature acide io, e sono meno sofferto io. E il romanzo, di conseguenza.

 

Esiste una differenza di approccio tra lo scrivere un romanzo o una sceneggiatura? Come scegli se una storia è più adatta a diventare un libro o un film?

Sì, l'approccio è completamente diverso. Scrivere una sceneggiatura significa lavorare in collaborazione con altri sceneggiatori con il regista, con gli attori, ma anche con produttore scenografo, costumista, direttore della fotografia, montatore... Una folla. Il che è entusiasmante.   Forse quando ho voglia di stare da solo, scrivo invece narrativa. Però non saprei dire come scelgo se una storia è adatta a diventare film o meno. Un po' si sceglie da sola mentre la scrivo. Ma un criterio è anche l'urgenza. Nel senso che se scrivo un romanzo, l'unica persona con cui devo litigare è il mio editore, e questo per storie a cui tengo particolarmente può fare la differenza.

 

 

Una volta mi hai raccontato di essere diventato traduttore quasi per caso, ossia scrivendo una lettera di protesta a una casa editrice per una pessima traduzione pubblicata. Ricordo bene? Mi racconti come sono andate le cose?

Ero appena uscito dal centro sperimentale di cinematografia, nessuno mi faceva lavorare come sceneggiatore perché dicevano che ero troppo giovane. Insomma, non avevo una lira. Ho comprato una sceneggiatura pubblicata la cui traduzione secondo me non era buona, e sì, ho scritto una lettera di protesta alla casa editrice perché avevo speso ventiquattromila lire (nella lettera insistevo molto su queste ventiquattromila lire), dettagliando una decina di errori che avevo trovato. La lettera era firmata. L'editore mi ha chiamato al telefono, mi ha chiesto se avessi scovato gli errori confrontandoli con il testo inglese. Io ho detto di no, che li avevo intuiti dal testo italiano, e che erano evidenti. Nella stessa telefonata mi ha offerto un lavoro di traduzione. Non è un caso che quell'editore sia poi diventato il mio editore di adesso e spero di sempre.

 

Tra le molte sceneggiature che hai scritto ce n’è una a cui sei più legato delle altre? E se sì, perché?

Ahia... domanda che sembra fatta apposta per farmi detestare da nove su dieci dei registi con cui ho lavorato finora. Dirò quindi prima (mani avanti) che sono molto legato a tutte le sceneggiature che ho scritto (questa è un po' come quando i cantanti sul palco dicono: 'vi amo tutti', tipo Madonna a Firenze nel 1987).  Però sono molto affezionato alla sceneggiatura di 'Dillo con parole mie', il film di Daniele Luchetti che ho scritto insieme a lui e a Stefania Montorsi. Perché mi sono divertito molto a scriverlo, l'ho fatto con grande passione e leggerezza, e perché ancora oggi quando qualcuno mi cita una delle battute del film mi intenerisco.

 

Nota di BB: concordo pienamente. “Dillo con parole mie” è un film dall’andamento così scoppiettante e ilare che è un piacere, non solo vederlo, ma rivederselo più volte. E naturalmente al cinema non ha avuto affatto il successo che avrebbe meritato. Se potete, recuperatelo in dvd.

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martedì, 13 novembre 2007

POSTUMI DI BIRRA
 
Il weekend a Perugia per la prima edizione del “BIRRA” (Bagarre Internazionale delle Riviste Alternative) è stato piuttosto divertente.
Va detto che “Umbria Libri” è una curiosa manifestazione, perché si tratta di un festival letterario dedicato esclusivamente all’editoria umbra. E aggirandosi fra gli stand degli espositori al visitatore viene spontaneo chiedersi: «Ma quanti sono questi editori umbri?», perché sono diverse decine e quasi tutti sconosciuti al lettore medio (che peraltro si domanda anche: «E tutti questi volumi sulla storia umbra, sulla cucina umbra, sul folclore umbro, sulle favole umbre, chi diamine se li comprerà?»). La visita dunque ingenera una tornata di dubbi nel povero passante.
Se la manifestazione ufficiale era ospitata nella stupefacente cornice della Rocca, lo stand di BIRRA era un gazebo all’aperto nella centralissima Piazza della Repubblica. La collocazione era ideale per intercettare il passaggio dei perugini in via di struscio pomeridiano, ma rappresentava anche una prova di resistenza per i prodi rivistaroli, a causa della temperatura piuttosto rigida. E io, che per fare il fighetto mi ero portato solo una giacca leggera, mi sono pentito della mia spavalderia metereologica per due giorni.
Non di può certo affermare che i passanti abbiano dato l’assalto al gazebo, però diversa gente si è fermata, ha sfogliato le riviste esposte, qualcuno ne ha persino acquistate un po’: considerando che si trattava della prima edizione in assoluto di una simile convention e che praticamente NESSUNO in Italia sa cosa sia una rivista letteraria, direi che si è trattato di un discreto successo.
E poi vanno fatti i complimenti alle riviste “FaM” e “Eleanor Rigby”, non solo per aver creato dal nulla un’iniziativa del genere, ma soprattutto per aver saputo portare a Perugia esponenti di prestigiose riviste straniere quali l’inglese “Granta” e le americane “McSweeney’s”, “Wholphin” e “The believer”. Non è un risultato da poco, mi pare.
Così come è stato importante, dopo anni trascorsi a lavorare indipendentemente, avere un’occasione di incontro e di dibattito fra i diversi curatori. L’incontro domenicale, intitolato “Camera con rivista” (in una meravigliosa sala affrescata che era a tutta evidenza un ex-chiesa) ha visto una platea piena di gente resistere per due ore e mezza agli scambi di opinioni ed esperienze di scrittori e redattori. E all’uscita io mi sono trovato a pensare: «Ma allora parlare di queste cose, anche da noi, è davvero possibile».
 
PS: Per l’occasione ho ristampato una serie limitata e numerata di 30 copie cartacee di un vecchio numero di ‘tina risalente al 1988, intitolato “’tina stranezze” perché raccoglie testi un po’ assurdi. Me ne sono rimaste un po’ di copie. Chi ne fosse interessato si faccia vivo (matteo@matteobb.com)
 
 
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giovedì, 08 novembre 2007

BIRRA A VOLONTA'

Questo weekend se vi trovate dalle parti di Perugia non perdetevi il festival letterario "Umbrialibri", e in particolare l'iniziativa intitolata "BIRRA". Dietro questa sigla divertente si nasconde la prima "Bagarre Internazionale Riviste Alternative": da venerdì 9 a domenica 11 novembre, tre giorni di incontri, letture e caciara per presentare ai visitatori del festival il mondo (purtropo misconosciuto) delle riviste letterarie. Anch'io parteciperò, in qualità di curatore di 'tina e del "Laboratorio Esordienti" di Linus. In particolare, sarò fra gli ospiti dell'incontro intitolato "Camera con rivista" domenica pomeriggio alle ore 17.30 insieme ad autori come Gianluca Morozzi, Paolo Nori, Teo Lorini, Michele Barbolini, Marco Drago, Gabriele Dadati, Marco Candida e Arnaldo Colasanti. Ci sarà anche uno stand per la vendita di tutte le riviste e per l'occasione presenterò una ristampa speciale di 'tina in versione cartacea (in soli 30 esemplari numerati, tanto per creare l'effetto cult). Mi dicono anche che ogni sera sono previste feste danzanti con dj e (of course!) birra a fiumi. Insomma, si preannuncia divertente. Se siete in zona, mi raccomando, fate un salto. Trovate info e programma dettagliato sul sito www.birrariviste.it

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