GUIDA DEL TURISTA IMPERFETTO
Mi imbatto in un reportage di viaggio in un libro che sto leggendo in questi giorni e per l’ennesima volta mi trovo a riscontrare quanto diverso sia il mio concetto di turismo da quello altrui.
Non sono, e temo di non essere mai stato, un turista come si deve. La verità è che quando vado in città sconosciute raramente mi interessa visitarle. Leggo sulle guide quali siano i templi, i musei, le meraviglie architettoniche, e già mi basta. Non ho l’urgenza di ammirarli. Nell’epoca della riproducibilità totale, la maggior parte di tali tesori li ho già visti in film, documentari, foto e giornali.
A me quello che interessa davvero è vivere come gli abitanti locali, scoprire le loro abitudini, coltivare l’illusione effimera di essere uno di loro per alcuni giorni.

La prima volta che sono stato a New York la gente a cui raccontavo del mio viaggio si scandalizzava: non ero stato a Central Park, non ero salito sulla Statua della Libertà, non ero neppure passato accanto all’Empire State Building e del MoMA avevo visitato solo un’esposizione temporanea e non la collezione stabile. “Si può sapere che cazzo hai fatto?”. Ero stato tre volte al cinema. Mi ero imbucato nella festa privata a casa di un fotografo. Ero andato in una discoteca frequentata solo da latinos (e semplicemente perché era citata in un disco dei Soft Cell). Avevo passato un pomeriggio intero nella gigantesca libreria dell’usato Strand. Avevo assistito alle prove di un coro gospel in una chiesa dove cantava un mio amico. Ero andato a vedere (da fuori) il palazzo in cui una volta aveva sede la Factory. Avevo fatto la spesa al supermercato. Questa era la New York che avevo visto.
Quando su questo blog ho raccontato delle mie vacanze a Tokyo, in particolare di aver trascorso quattro ore del primo giorno presso il negozio di articoli per la casa “Tokyu Hands”, c’è stato subito qualcuno che si è affrettato a postare un commento di rimprovero perché avevo preferito la consumistica gita in un grande magazzino al ben più culturale pomeriggio in un museo (uno qualsiasi, si sottintendeva). Idea che, lo ammetto, non mi aveva sfiorato neppure per un secondo.
Quando viaggio non ragiono mai in termini di “ciò che si dovrebbe assolutamente fare”, ma sempre in relazione a “ciò che mi incuriosisce veramente scoprire”. Chissenefrega se salto le tappe fondamentali delle bellezze locali: è mia la vacanza, mica dell’ente turismo.
E ovviamente non ho alcuna avversione verso i musei, ma devo nutrire un reale interesse per decidere di visitarli. Ho detto di non essere salito sulla Statua della Libertà, però (spinto anche dalla lettura di un bel libro di Georges Perec) sono stato a Ellis Island. Ci sono andato per seguire il percorso degli emigranti dell’omonimo museo e mi sono commosso guardando lo struggente documentario che raccontava la loro epopea.
Avrò visto un solo museo a New York, è vero, ma ricordo ancora benissimo l’emozione di quella visita a distanza di oltre dieci anni.

Tuttavia penso che una vacanza secondo i propri ritmi, indifferente ai diktat del turismo perfetto, consenta esperienze che altrimenti sarebbero improbabili.
Sempre a New York, la prima mattina del mio soggiorno ho deciso di andare a fare un giro esplorativo del quartiere, senza uno scopo preciso, se non quello di fare colazione. Ho optato per un microscopico negozietto che vendeva solo caffè e donuts. Ho preso la mia tazza e la mia ciambella e mi sono seduto sull’unica panchina disponibile. Solo dopo aver sorseggiato mezza tazza mi sono reso conto che l’uomo seduto a mio fianco era Dave Gahan, il cantante dei Depeche Mode. Avrei potuto fargli i complimenti, raccontargli che a casa avevo tutti i suoi dischi e che ero presente al primo live dei Depeche a Milano nel lontano 198equalcosa. Invece non ho detto nulla. Ci siamo goduti entrambi la nostra colazione silenziosa (enjoy the silence) guardando i passanti che ci camminavano di fronte e io mi sentivo così terribilmente newyorchese.
Ecco, penso che se mi fossi subito precipitato all’Empire State Building o al Guggenhiem quella mattina, non avrei mai avuto un simile, prezioso aneddoto da raccontare.

MOSTRI CON LE ZAMPETTE
A uno scrittore capita spesso di essere invitato a scrivere racconti per antologie. In genere le raccolte sono a tema e all’autore è chiesto di cimentarsi con i soggetti più disparati. Fra le proposte recenti che ho ricevuto la più curiosa è stata senza dubbio quella di Tito Faraci, editor della BD, casa editrice specializzata in fumetti che da poco ha cominciato a muovere i primi passi nell’ambito della narrativa. Dopo la traduzione di alcuni romanzi americani e canadesi, la BD ha deciso di pubblicare come suo primo libro italiano un’antologia sul tema degli insetti. A ogni autore è stato dunque proposto di scegliere un animaletto e dedicargli un racconto. Io ho scelto la zanzara.
Il libro ora è arrivato nei negozi. Si chiama “Bugs” e contiene storie davvero raccapriccianti. Nel cast ci sono autori di gialli (Sandrone Dazieri), di thriller (Alan D. Altieri, Stefano Di Marino), di narrativa giovanile (Enrico Remmert, Gianluca Morozzi) ed esordienti interessanti (Barbara Di Gregorio). Il panorama che si presenta al lettore è quello di scarafaggi cannibali, sciami di api che assumono le sembianze di esseri umani e altre divertenti schifezze assortite. Io, che ho scritto un testo ironico sulle zanzare che infestavano le estate degli anni ’70 a Lentate Trovanti, scopro ora di essere stato il più lieve del branco.

VI HO FATTO UNA COMPILATION
Per spezzare il silenzio di questi giorni, vi ho preparato una compilation da ascoltare direttamente on line con le mie canzoni electro preferite degli ultimi mesi. Cliccate qui.

DI NUOVO IN TOUR
Dopo qualche mese di stanzialità, nei prossimi giorni riprendo a girare per una serie di incontri, assai diversi fra loro.
Venerdì 16 maggio sarò a Pistoia, dove nell’ambito dell’iniziativa sulla salute mentale organizzata in occasione del trentennale della legge Basaglia, presso la Biblioteca San Giorgio, alle 16.30 farò un incontro sul romanzo “Fermati tanto così”.
Sabato 17 maggio sarò a Chiasso per partecipare al 3° Festival di letteratura cittadino, quest’anno intitolato “I fiori del male”. Alle 17.30 presso il MurrayField Pub in via Favre 5 affronterò il tema del male in letteratura, insieme allo scrittore e giornalista Teo Lorini.
Venerdì 23 maggio sarò a Ferrara per la rassegna “Il soggetto e la diversità: alla ricerca dell’altro”. Alle ore 17 presso il porticato Marfisa D’Este in Corso Giovecca, 170 terrò un incontro sul tema “Raccontare la diversità”.
Infine, Sabato 24 maggio, a Seregno (Mi), presso la Biblioteca civica Pozzoli, in Piazza Grandini 9, alle ore 16 riproporrò l’ormai classico reading interattivo di “Mi ricordo”.
Nei prossimi fine settimana, sapete dunque dove trovarmi. Vi aspetto.

GENERATIONS OF EDITING
L’altra sera, rientrando a casa, ho trovato un pacchetto contente la nuova ristampa di “Generations” (le famose cinque copie omaggio che spettano all’autore a ogni pubblicazione di una sua opera). Dopo secoli che non riprendevo in mano il romanzo, ho cominciato a sfogliarlo e rileggerlo qua e là. Mi è tornato in mente il lavoro di editing che era stato fatto sul libro. Avevo avuto la fortuna di lavorare con Piero Gelli, grande e raffinato intellettuale, nonché persona assai divertente in privato. E’ grazie alle discussioni con lui che è nata l’appendice (la “Colonna sonora abbastanza originale” che ora, anche a distanza di anni, mi sembra un tassello fondamentale del libro). Sul romanzo vero e proprio invece sono stati operati pochissimi interventi, assai efficaci. Il primo capitolo, per esempio, conteneva una frase ripetuta a ogni apertura di paragrafo, che su consiglio di Gelli ho eliminato: la lettura ne ha guadagnato molto. C’è solo un cambiamento che rimpiango leggermente. Il finale del terzo capitolo (“Compagni di merende”) nel dattiloscritto originale era un altro. Si trattava in realtà di una incongruenza. Nella riga conclusiva infatti uscivo dalla narrazione e mi concedevo un intervento meta-letterario. Ovviamente non aveva senso: scrivere un intero libro in maniera lineare e giocare con la sperimentazione letteraria in una sola riga va contro ogni logica. Una libertà ingiustificabile un’ingenuità da esordiente, appunto. Tuttavia, nella sua insensatezza, era divertente.
Così, alla stregua dei materiali extra e delle scene eliminate dei dvd, ecco come bonus esclusivo di questo blog, il finale originale (Director’s cut) del terzo capitolo di “Generations of love”:
< …A quel punto, improvvisamente, viene fuori tutta la Marylin Monroe che c’è in me. Mi volto, lo guardo, e al posto della sua faccia vedo un enorme diamante che brilla. “La tua cosa, tesoro?” mi accerto, incredulo. E lui ripete: “Imbarcazione”. E poi specifica: “Sai com’è, per uno nato vicino al mare è impossibile non avere uno yacht, non sei d’accordo?”. “Ma certamente!” rispondo, e fra me penso: Che stronzata, è peggio dell’Olghina di Robilant, questo”. Però, sempre sorridendo, aggiungo. “Tutto sommato, è già troppo tardi per andare a dormire. Perché non mi fai vedere questa barca?”. E così è stato>.
< Allora, cos’è successo?>
< Prima chiudi il capitolo, per favore>
E io l’accontento.
GENERATIONS SIX
Dopo essere stato esaurito per mesi, questa settimana torna in libreria “Generations of love”. Questa nuova edizione tascabile (costa 6.90 euro) è la sesta ristampa del romanzo. Un risultato impensabile per me, del quale non posso che ringraziare tutti coloro che continuano a richiederlo, rileggerlo, regalarlo, diffonderlo da oltre nove anni. Se andate avanti così, finirà per diventare un classico da studiare a scuola. Scuola di cucito, s’intende.

IL REGALO PIU’ BELLO DEL MONDO
Qualche giorno fa ho compiuto gli anni (tanti auguri! Grazie). L’altra sera mi suona alla porta un amico per consegnarmi il suo regalo di compleanno. E’ una scatolina bianca che contiene cento cartonicini illustrati. Comincio a sfogliarli: sono tutte immagini legate alle mie più grandi passioni (foto di Morrissey e degli Smiths, di John Waters, di Andy Warhol, dei Pet Shop Boys, di Goldfrapp) o aspetti della mia vita (immaginette religiose, baci gay, dipinti di pop-art, Wanna Marchi). Poi giro i cartoncini dall’altro lato e scopro la loro vera natura: sono biglietti di visita. Quasi piango dalla commozione. Non solo sono bellissimi biglietti da visita (la stampa e i colori sono eccezionali, il formato è anomalo e distintivo, circa la metà delle dimensioni dei cartonaci standard, sviluppato in orizzontale), non solo sarà fantastico poter distribuire in giro illustrazioni differenti a seconda di chi le riceverà, ma soprattutto l’idea che qualcuno abbia speso un pomeriggio intero a selezionare immagini che mi rappresentassero mi è parsa una testimonianza d’affetto straordinaria. Un gesto straripante, che mi sento in dovere di trasmettere.
Se anche voi volete fare a un amico o alla fidanzata il regalo più bello del mondo, seguite il suo esempio. Si fa tutto on line, al sito moo.com. Potete scegliere se creare biglietti da visita o cartoline o adesivi o biglietti illustrati. Potete prendere immagini dal web (siti, blog, flickr…) o le vostre foto digitali. Potete decidere se utilizzare illustrazioni differenti o la stessa immagine ripetuta. E naturalmente scriverci ciò che volete. Il pensiero è impagabile, ma il costo effettivo dell’operazione non supera le 20 sterline. In pratica, un miracolo.
