IO DON GIOVANNI MA TU?
Dal momento che curo recensioni di libri mi vedo recapitare svariati volumi quasi ogni giorno. Alcuni sono testi che ho richiesto personalmente, ma la maggior parte mi arrivano dalle case editrici a loro discrezione. Come capita a qualunque lettore, anch’io ho i miei tempi e le mie istintive simpatie. Così ci sono volumi che restano settimane sul comodino prima che mi decida a sfogliarli e altri che divoro appena entrano in casa. A questa seconda categoria appartiene il saggio “Specchi opposti” del giornalista musicale Ivano Rebustini, pubblicato dall’editore Arcana, che ho ricevuto settimana scorsa e letto nel giro di un paio d’ore. La verità è che da anni aspettavo un libro del genere. Il saggio infatti si occupa della produzione discografica di Lucio Battisti a partire dal sodalizio col paroliere Pasquale Panella.
Io ho avuto con Battisti un rapporto inversamente proporzionale rispetto al resto dell’Italia. Mentre tutti si esaltavano per i fiori rosa, fiori di pesco, per le donne per amico e per i nastri rosa, io Battisti lo ignoravo proprio. Poi è uscito l’album “E già”: era un po’ un pasticcio, ma ha cominciato a incuriosirmi (non al punto da comprarlo e ascoltarlo, ma almeno di accorgermi della sua presenza). Poi è arrivato Panella, è uscito “Don Giovanni” e io ho avuto la mia folgorazione battistiana. A quel punto radio e pubblico hanno cominciato a snobbarlo, a criticare aspramente l’uso sfrenato dell’elettronica, ma soprattutto quei testi così sperimentali e incomprensibili. Ossia le ragioni esatte per cui stava infiammando me.
Il brano “Don Giovanni” in particolare mi sembrava già allora non solo il capolavoro (insuperabile e infatti rimasto insuperato) del cantautore, ma anche uno dei vertici della musica italiana. Da quel momento ho seguito fedelmente le uscite biannuali del duo, con quella grafica austera, quel rigore geometrico (sempre otto brani, sempre senza note interne, sempre copertine bianche). E ogni disco mi convinceva più del precedente (“Hegel” è ancora attualissimo come sonorità).
Quando Battisti è scomparso io ho sentito moltissimo la sua perdita, proprio perché stavo seguendo QUEL percorso artistico. Per la maggior parte del pubblico Battisti era già morto dodici anni prima.
E infatti non riesco a sopportare tutte le continue serate tributo a Battisti, le celebrazioni e gli omaggi dei cantanti italiani: non uno che prenda in considerazione la produzione elettronica del cantante, tutti si fermano a “Una giornata uggiosa”, come se dopo ci fosse il nulla. Non stanno celebrando affatto l’artista, stanno celebrando solo quella parte di percorso che erano riusciti a seguire: il resto preferiscono non considerarlo.
Panella l’hanno apprezzato dopo, forse, quando ha scritto un’altra opera di genio, quel “Vattene amore” di Minghi e Mietta (anche se non l’ha firmata), riuscendo nell’incredibile operazione di scrivere un testo che era la rappresentazione più melensa di un canzone d’amore e al contempo la sua sfacciata parodia.
E comunque, grazie al saggio di Rebustini (che analizza riga per riga i testi di Panella, ma che è purtroppo assai scarso di annotazioni sui rapporti personali fra i due, cosa sulla quale resto assai curioso) ho ripreso a sentire i dischi del periodo bianco battistiano. Non ascolto altro da una settimana. E mi sono pure comprato il cd di “E già” per spirito di completezza.
Eppure lo so che siamo in pochi, ma non sono il solo, ad apprezzare la parabola finale del cantautore. Chi di voi è con me?
